il 21 aprile vedete di non prendere impegni
Aprile 15, 2008
Piccoli film che non dovrebbero esserci - di Claudio Lazzaro
dal libro “Ho il cuore nero”
Nazirock lo vedo come il secondo episodio di una trilogia. Anche se il terzo film non lo farò mai.
In questo documentario, il secondo, racconto dall’interno la destra radicale, soprattutto i giovani, ma anche i cattivi maestri, quelli che stanno entrando nelle stanze del potere o ci sono già entrati, quelli che mostrano due facce, una istituzionale e una eversiva, quelli che lavorano in collegamento con l’estrema destra nazifascista europea.
Uso come filo conduttore la musica rock perché voglio parlare soprattutto ai ragazzi. In questo viaggio ne ho incontrati tanti che non sanno nulla. Non hanno occhi cattivi, ma sono pronti a fare - a “rifare” - cose molto cattive. Perché non conoscono la storia. Oppure credono di conoscerla, ma è solo un falso, spacciato nel caos mediatico di internet.
Ci sono una trentina di band in Italia, alcune di buon livello, che macinano un rock infarcito di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza, richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano. Attenzione: dove esiste espressione artistica, anche se rudimentale, esiste identità. Nazirock vuole mostrare le origini di questa identità.
Perché lo considero un secondo episodio? Perché sviluppa temi che avevo già affrontato in Camicie Verdi, due anni, fa quando avevo lasciato il Corriere della Sera per mettermi a fare documentari.
Camicie Verdi raccontava la pancia eversiva della Lega Nord. Il messaggio era semplice. Chiedete la secessione? Fate pure. Ma razzismo e incitazione alla violenza quelli no. Ci sono confini, paletti, in democrazia, che non si possono abbattere e superare.
Gli stessi che difende Nazirock. Volete lottare a destra della destra? Ci mancherebbe. Siamo in democrazia. Ma l’incitamento all’odio razziale e alla violenza contro le istituzioni, l’antisemitismo, la negazione strumentale e velenosa della storia, ecco, questo neppure una democrazia se lo può permettere, se vuole sopravvivere
I paletti che avrebbe dovuto difendere il terzo episodio della trilogia sono quelli piantati da Montesquieu nel 1748 e che ancora oggi definiscono i confini di un governo democratico.
“Ogni uomo che ha potere è portato ad abusarne finchè non incontra dei limiti”, avverte il filosofo enciclopedista. Questo rende necessaria una rigorosa divisione e autonomia dei poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma oggi il principale protagonista della politica italiana ha usato e forse tornerà a usare il legislativo per impedire al giudiziario di dare fastidio all’esecutivo. E nel contempo si tiene stretto il controllo quasi totale di un quarto potere, quello dell’informazione, che ai tempi di Montesquieu non esisteva e oggi, in linea di tendenza, finirà col pesare più della somma degli altri tre.
Insomma il terzo film avrebbe dovuto occuparsi di Silvio Berlusconi. Ma non credo che lo metterò in cantiere: autorevoli consulenti mi hanno spiegato che la potenza di fuoco dei suoi studi legali, se facessi il film che ho in testa di fare, mi raderebbe al suolo e mi spedirebbe dormire nei cartoni.
Nazirock comunque gli dedica un siparietto. Lo vediamo trionfante a Roma, il 2 dicembre del 2006, alla manifestazione dei 2 milioni in Piazza San Giovanni, e accanto a lui, sul palco degli oratori, Luca Romagnoli, il leader della Fiamma Tricolore, quello che interrogato sulle camere a gas risponde testualmente “Non ho nessun mezzo per poter affermare o negare”. Proprio lui, il negazionista erede di Pino Rauti, stava lì sul palco affettuosamente accolto dall’uomo più potente d’Italia. E c’era Alessandra Mussolini. E Gianfranco Fini, che spiegava alle masse, scandendo per bene le parole, quale fosse stato “il capolavoro, l’autentico capolavoro politico” di Silvio Berlusconi: non solo sdoganare la destra rappresentata da Alleanza Nazionale – riassumo – ma accogliere, dare una casa, anche al filone di destra che si ritrova in altre formazioni. Come appunto la Fiamma Tricolore e tra poco, perché no, il cartello delle destre promosso fino al 2006 da Alessandra Mussolini, compreso Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, condannato a nove anni per banda armata.
E queste cose, queste persone, queste parole, non hanno suscitato scandalo, non sono diventate oggetto di commenti allarmati. C’erano centinai di telecamere a filmare tutto, centinaia di giornalisti coi loro tacquini. Tutto normale, tranquillo.
Questo spiega la difficoltà di fare informazione oggi nel nostro Paese. Spiega l’importanza di piccoli film, montati in casa, realizzati con troupe spesso costituite da una sola persona. Film che non dovrebbero esserci, secondo il sistema dominante e istituzionale della comunicazione.
Nazirock racconta un raduno, un “campo d’azione” di Forza Nuova, mostra i ragazzi della destra estrema. Ma i due territori, questo e quello di Camicie Verdi, sono collegati. Quando nel primo documentario intervisto Mario Borghezio in ospedale, appena sfuggito al linciaggio degli autonomi, e gli chiedo quali politici lo abbiano chiamato. Lui, mogio, risponde: “Soltanto due, Roberto Fiore e Alessandra Mussolini”.
Proprio girando Camicie Verdi, nel profondo Nord, mi sono imbattuto nei gruppi rock nazifascisti. Ho scoperto il musicista e attivista Piero Puschiavo, fondatore del Veneto Fronte Skinheads, che a sua volta riconosce come padre spirituale l’inglese Ian Stuart Donaldson, nato a Blackpool nel 1950, morto nel 1993 in un incidente stradale. Di Adolf Hitler, Ian Stuart diceva: “Ammiro tutto ciò che ha fatto, tranne una cosa. Perdere”.
Piero Puschiavo oggi è membro del Comitato centrale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Non l’ho riconosciuto sul palco con Romagnoli, alla manifestazione dei due milioni, ma un posto gli spettava.
Da quella manifestazione, un anno dopo, c’è stato un rimescolamento di carte. Fini sembra puntare al centro, mentre Berlusconi si tiene Storace e la destra estrema. Di solito è svelto a capire. Il disgusto nei confronti della classe politica, intesa come casta, che lui stesso ha contribuito a provocare, si sta diffondendo in forma qualunquista: “Sono tutti uguali”. Uno schifo che rischia di minare la fiducia nel sistema democratico e spianare la strada all’uomo forte, cioè al più forte venditore su piazza, a quello che ha più televisioni per piazzare il prodotto.
L’ottimistica profezia di Indro Montanelli, che l’esperienza di un governo Berlusconi sarebbe bastata a vaccinare gli italiani, non si è realizzata. E ci sono altre autorevoli previsioni, in ogni caso, che vedono la destra crescere in tutto il mondo. Fenomeni inevitabili, come l’immigrazione e la globalizzazione, tirano da quella parte.
I ragazzi che vediamo salutare a braccio teso nel film hanno le facce dei nuovi proletari, sono quelli che potrebbero fare gli idraulici, “ma c’è un polacco che chiede la metà”, quelli che abitano dove l’immigrazione ha cambiato faccia ai quartieri, che non hanno ricevuto gli strumenti culturali per surfare l’onda del cambiamento globale e trarne vantaggio. A loro i cambiamenti rapidi e inarrestabili dell’economia globalizzata fanno paura, perché ne sono vittime. E a qualcuno devono dare la colpa. Ma spesso confondono i bersagli. C’è l’industria della paura che li aiuta a sbagliare: una destra politica, i Fiore, i Borghezio, i Romagnoli, che prospera su rancori e pregiudizi, fomentandoli.
E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio. La paura s’insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. “Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni”. Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. Elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare le barriere di classe, queste le risposte difensive che vengono proposte.
Una pressione che ai temi della politica affianca quelli presi a prestito dalla sociobiologia.
A questa pressione la sinistra dovrebbe trovare risposte libere da condizionamenti ideologici, risposte pratiche ai problemi concreti delle persone. Soprattutto dovrebbe trovare un linguaggio nuovo, capire che il mondo è cambiato e che non tornerà indietro, che per difendere i valori della solidarietà, il diritto al lavoro, il rispetto delle libertà individuali, le pari opportunità senza distinzioni di classe, insomma per difendere il bagaglio storico della sinistra democratica, bisogna scaricare come zavorra alcune certezze antiche.
Oggi è perfino difficile a volte distinguere, nella prassi, un comportamento politico di destra da uno di sinistra. Si vede molta destra a sinistra e può capitare di scorgere a destra un barlume di quel che cercavi a sinistra. Mancando riferimenti condivisi non è facile respingere le appropriazioni indebite.
Momenti confusi ci sono sempre stati. Quando il 68 esplode e la contestazione studentesca si scatena, il 28 febbraio, a Roma, in piazza contro “il sistema” non c’è solo la sinistra, gli Oreste Scalzone, i Giuliano Ferrara (sedicenne). Ci sono, dalla stessa parte, anche i “fascisti”. Poi ognuno per la sua strada. Ma forse non era così diversa la voglia di giustizia.
Dico che bisogna accantonare le differenze? Assolutamente no. Le premesse, la visione del mondo, i riferimenti culturali, sono molto lontani. Ma quando parlo coi ragazzi attirati nel “campo d’azione” da Forza Nuova, sono proprio sicuro che loro abbiano capito queste differenze? La ragazzina che ha cominciato a fare politica allo stadio, “perché i politici pensano solo ai loro interessi”, ma anche uno come Martin Avaro, federale di Forza Nuova per Roma Est, che canta “cuore nero” con la faccia da proletario, siamo sicuri che abbiano voglia di riconoscersi nelle teorie elitarie di Julius Evola o negli algidi superomismi di Franco Giorgio Freda? Veramente si pensano, si vedono, come le nuove aristocrazie, come le gerarchie destinate a costruire l’Ordine Nuovo? O sono semplicemente ragazzi impauriti che chiedono giustizia?
Le differenze ci sono e vanno spiegate, ma bisogna trovare il linguaggio per farlo. Bisogna sentire questo dovere. Che invece non si sente.
Il ragazzo che vediamo all’inizio di Nazirock, quello con il tatuaggio del Duce sul polpaccio, non ha gli occhi cattivi. Ma non sa nulla. “Gli ebrei deportati a Roma? Non lo sapevo. L’olocausto? Si, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo”.
Se dice e pensa queste cose, di chi è la colpa? Della scuola, della famiglia, della televisione?
Forse anche di una sinistra che non trova il modo di parlare con lui. Non lo dico io. Lo diceva Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera, 24 giugno 1974): “Con i fascisti, parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo comportati razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente ad essere fascisti…Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.
Claudio Lazzaro
LUNEDI’ SERA ORE 21,30 PROIEZIONE DI “NAZIROCK” AL CINEOFFICINA REFUGIO - ORE 21,30 SIETE TUTTI CALDAMENTE INVITATI. IN SALA SARA’ PRESENTE IL REGISTA CLAUDIO LAZZARO.
24 hour party people - il trailerone
Marzo 17, 2008
Pasqua al Cineofficina Refugio: 24 hour party people
Domenica 23 marzo (la sera di Pasqua) il Cineofficina Refugio è lieto di proiettare un film di M. Winterbottom: 24 Hour Party People, un film che racconta gli ultimi anni del periodo tatcheriano, in una Manchester testimone di una trasformazione musicale straordinaria, dovuta ai gruppi emersi dai suoi club e cantine. Protagonista del film, a metà strada tra il documentario e la commedia, è Tony Wilson, presentatore televisivo e proprietario di un’etichetta discografica di tendenza, la Factory. Manchester dal 1976 al 1992, più di 15 anni dagli “albori punk alla morte dell’acid culture“: così recita il sottotitolo del film, nato a posteriori a inizio 2000.
Mescolando per scelta biografia e leggende metropolitane, humor e sarcasmo, con ritmo frenetico si mescolano pubblico e privato nella vicenda dell’Haçienda e della Factory, dei gruppi che vi ruotano (Joy Division in primis e il suicidio di Curtis, gli Happy Mondays e il lisergico Shawn Ryder, i Durutti Column), dai cambiamenti dell’era post-punk fino alla Manchester degli anni d’oro, ed oltre, giù giù verso l’inevitabile declino.
24 Hour Party People ha il merito di riuscire a cogliere lo spirito dell’epoca, tra anarchia e creatività, arte e mestiere, un godibile documento quindi di quell’irripetibile periodo, in cui il melting pot tra rock e club culture era ormai una realtà.
Un film da non perdere.
23 Marzo - ore 21,30 - Cineofficina Refugio, Scali del Refugio,8 - Livorno - Ingresso 3 euro - Versione originale, sottotitolata in italiano.
Per approfondire:
24 hour party people
Tony Wilson
Michael Winterbottom .- filmografia
Cacciatori di teste - il trailer
Gennaio 24, 2008
Cinepensierini per panoramiche pre-carie
Gennaio 24, 2008
PANORAMICHE PRE-CARIE al Teatrofficina Refugio
Giornata dedicata al tema del precariato sabato prossimo 26 gennaio. Panoramiche pre-carie: ovvero una serie di interventi a tema nati dalla collaborazione di realtà diversamente attive in città. La serata parte alle 19 con l’aperitivo resistente curato dall’ Officina Sociale Refugio e va avanti con un Buffet flessibile ed interventi vari “a progetto”: “100% precario” video documentario realizzato da Mob-com, interventi del C.S.A. Godzilla e del Chico Malo, centro di Via Terrazzini che svolge varie attività all’interno del quartiere, Il gruppo del Teatrofficina sul palco con una performance di Teatro d’Emergenza: “Goal” e per concludere la serata, alle 22 circa la proiezione su grande schermo dell’ultimo film di Costa Gavras - Cacciatori di Teste (2005) commedia nera e spietata che racconta la parabola di Bruno, dirigente di una cartiera che dopo quindici anni di lavoro si trova di fronte ad un licenziamento e reagisce in maniera atipica per riuscire ad essere reintegrato nel sistema.
Il film, a cura di Cineofficina Refugio è in versione originale (francese) con sottotitoli in italiano.
Ciclo Inediti - Domenica 6 gennaio
Gennaio 2, 2008

CONTROL - La storia dei Joy Division al Cineofficina Refugio
Domenica 6 gennaio alle 21,30 al Cineofficina Refugio, mutazione del Teatrofficina, verrà proiettato Control di A. Corbijn, film biografico sulla vita travagliata di Ian Curtis, cantante e leader dei Joy Division, band di culto della New Wave britannica dei primi anni ottanta.
Il film è stato presentato quest’anno al Festival del Cinema di Cannes con grande successo di pubblico e critica.
Il regista Anton Corbijn è stato fotografo e fan dei Joy Division sino al lor scioglimento avvenuto nel 1980, ha diretto nel 1988 il video musicale “Atmosphere”, dedicato a Ian Curtis, e da allora ha girato video musicali per Nirvana, U2, Depeche Mode e molti altri.
In Italia ancora non vi è stata distribuzione e quindi questa sarà l’unica opportunità, per adesso, di vedere la pellicola su grande schermo, in lingua originale con sottotitoli in italiano.
Sarà anche l’occasione per inaugurare le gradinate di legno all’interno della sala, costruite grazie agli incassi delle serate precedenti e montate per una miglior visione degli spettacoli.
Domenica 6 gennaio, ore 21,30 “Control” di A.Corbijn - Posto unico 3 euro - Cineofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno.
La sera di befana non mancate…
Dicembre 31, 2007
Free Cinema al Cineofficina
Dicembre 13, 2007
Morgan matto da legare domenica 16 dicembre
Dicembre 13, 2007

Questo fine settimana, a sorpresa, ricompare Cineofficina Refugio, la rassegna cinematografica a tema libero che ha luogo nei locali del Teatrofficina Refugio, sugli scali del Refugio 8, a Livorno. E lo fa con un film del 1966: ” Morgan matto da legare”, da riscoprire su grande schermo per chi l’ha già visto, da gustare per chi ancora non ha avuto il piacere di vederlo.
Film particolare di un regista particolare come Karel Reisz, esule ebreo cecoslovacco, fuggito in Gran Bretagna in periodo nazista, padre insieme a Lindsay Anderson del “free cinema” inglese: cinema di denuncia e contestazione delle storture della contemporaneità, cinema d’intervento, in grado di comprendere il sociale e di rivolgersi al pubblico popolare: cinema che si colloca nella prospettiva opposta alla visione borghese, filistea e conservatrice del cinema commerciale.
Il film racconta con tono da commedia le avventure di Morgan, pittore scapestrato con la fissazione per il comunismo e gli animali, e della sua difficile relazione con la ex-moglie e col mondo moderno.
Tratto da un lavoro televisivo di David Mercer e ispirato alle teorie di R.D. Laing, il film ebbe molto successo specialmente tra i giovani di lingua inglese. I protagonisti, David Warner e una giovane Vanessa Redgrave, forniscono un’ottima prova attoriale, supportati da una regia piena di invenzioni surreali.
Come al solito la serata inizia alle 21,30, il biglietto costa 3 euro e l’incasso servirà alla costruzione del teatro.
Vi aspettiamo.
Punishment Park - domenica 11 novembre 2007
Novembre 8, 2007
“Punishment Park”: al Refugio il cinema d’impegno civile.
Novembre 8, 2007

Domenica sera, alle ore 21e30 al Cineofficina Refugio, sarà proiettato su grande schermo il film “Punishment Park” del regista inglese Peter Watkins. Si tratta di un’occasione unica per tutti gli appassionati di cinema perché il film, pur essendo del 1971, è praticamente inedito in Italia, come molte altre pellicole di questo scomodo regista di talento.
La storia di Peter Watkins è notevole: nato nel 1935 in Inghilterra, comincia la sua carriera come montatore e regista di documentari per la BBC. Presto trasferisce la tecnica documentaristica alla narrazione e dirige i suoi primi film di forte impatto sociale, tanto forte che nel 1965 la BBC stessa rifiuterà di trasmettere “The War Game”, un film fantapolitico che immagina le conseguenze di una guerra nucleare nel Regno Unito. La forte impronta documentaristica, la recitazione realistica degli attori non professionisti, lo schierato antimilitarismo e la chiara critica contro i potenti procurano a Watkins problemi con la censura e vanno a formare i leitmotiv di tutta la sua carriera cinematografica. Allontanatosi volontariamente dall’Inghilterra, viaggia per il mondo producendo film stilisticamente simili e con tematiche di forte impegno civile.
La sua reputazione di provocatore politico è amplificata nel 1971 dal film “Punishment Park”, una storia di violento impatto politico ambientata negli Stati Uniti, dove Watkins immagina processi sommari a dissidenti politici, pacifisti, oppositori del capitalismo e della guerra in Vietnam, e una punizione alternativa al carcere, ovvero il Punishment Park, una distesa nel deserto dove i condannati devono vagare per tre giorni braccati dagli agenti della Guardia Nazionale. Come in molti suoi film, le forze dell’ordine e i dissidenti sono interpretati da attori non professionisti le cui convinzioni politiche corrispondono a quelle dei personaggi, fatto che amplifica il già crudo realismo del film.
Si tratta di un film unico, che anticipa molte delle tematiche e degli stilemi che ritroveremo nel cinema d’impegno civile dagli anni ‘70 in poi. Un appuntamento da non perdere al Cineofficina Refugio, Scali del Refugio 8, - domenica prossima alle ore 21e30. Il film è in versione originale sottotitolata in italiano. L’ingresso di 3 euro servirà a finanziare le attività e la costruzione del teatro.
Per approfondire:
http://www.mnsi.net/~pwatkins/
http://www.close-up.it/spip.php?article188
http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Watkins

