Siamo gente di borgata – Cineperiferie
Ottobre 15, 2009

Domenica 18 ottobre alle ore 22 presso il Teatrofficina Refugio verrà presentata una parte della videoproduzione del regista Paolo Capezzone.
Vissuto in una borgata romana, ha praticato per dieci anni il mestiere del pugile professionista.
Laureato in filosofia, all’età di trent’anni si è trasferito ad Empoli, dove svolge l’attività di insegnante presso il Liceo Artistico. Per alcuni anni ha insegnato nei licei di Livorno.
Quasi casualmente ha scoperto da alcuni anni la produzione video-digitale che ha inteso, soprattutto, come occasione per scoprire il “mondo dei vinti”, per dare voce e spessore a chi di solito non ne ha perché emarginato. Sono nati così storie o documentari che hanno avuto come protagonisti pugili, operai, adolescenti che non riescono a crescere, marinai che non rinunciano a navigare. Alcuni di questi lavori sono stati prodotti con i propri alunni, altri in solitudine, ma sempre sotto il nome di “Cineperiferia“. Fuori dal centro, nelle riserve in cui la dinamica sociale ha confinato masse anonime, Paolo Capezzone trova i suoi protagonisti e ambienta le sue storie.
Per questa occasione saranno presentati: “Il pugilato è un mestiere duro” (documentario girato ad Empoli durante una riunione pugilistica tra il ring e gli spogliatoi); “Guardiamoci negli occhi” (la storia del primo sciopero avvenuto ad Empoli nel 1903, quello delle fiascaie che fece nascere un movimento operaio con una storia davvero notevole); ed un video dedicato a Mauro Mancini e Franco Bechini, due navigatori di cui l’autore condivide le proposte per una nautica popolare e per tutti.
Vi aspettiamo domenica 18 ottobre alle 22 al Teatrofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno
Offerta Libera

Giovedì sera, 9 aprile prossimo al Teatrofficina Refugio (Scali del Refugio8, Livorno)
verrà proiettato il documentario di Ettore Melani Un Giorno in Europa, alle ore 22:
“UN GIORNO IN EUROPA”
-Nuove forme di emigrazione-
“Un giorno in Europa: nuove forme di emigrazione, è un
documentario appena sfornato dalla MelBal produzioni,
produttrice squattrinata che si è presa la bega di toccare un
tasto difficile e complicato: ma sarà vero che questi italiani
non sono più un popolo di emigranti? Sarà vero che il
fenomeno chiamato emigrazione riguarda il passato del
nostro Paese e non più il presente? Sarà vero che gli italiani
hanno smesso di far valigia alla ricerca di miglior fortuna
altrove?
Perchè quando parliamo di emigrazione ricevuta, e quindi di
marocchini, albanesi, rumeni, moldavi, rom, senegalesi,
nigeriani e tutto il resto, siamo più o meno tutti d’accordo.
Ma quando decidiamo, da italiani quali siamo, e quindi da europei, di guardarci allo specchio e di
sottoporci alle stesse domande, ponendoci allo stesso livello culturale e sociale e nelle stesse
situazioni di coloro che chiamiamo emigrati, le cose cambiano.
Osservare le nostre realtà come osserviamo quelle “altre”, implica uno sforzo culturale
considerevole: è ciò che in antropologia prende il nome di straneamento culturale; implica in primo
luogo la sospensione di giudizi morali e la volontà di rimuovere sovrastrutture culturali che negli
anni, sedimentandosi, hanno portato alla formazione di stereotipi e luoghi comuni nei confronti
dell’alterita’. Vuol dire in altre parole capovolgere l’obbiettivo, puntarlo su noi stessi: è l’osservatore
che diventa osservato.
E magari ci accorgiamo che gli italiani che vivono fuori dall’Italia sono davvero tantissimi, e che
oggi come cinquant’anni fa molti italiani continuano a cercare fuori dal proprio Paese possibilità
nuove, come cambiare il proprio status, la propria situazione affettiva o economica, mettendo in
discussione il proprio senso di identità o la propria idea del mondo. E magari ci accorgiamo che di
queste nuove forme di emigrazione e delle dinamiche che le muovono si sa ben poco: mancano
cifre, dati, testimonianze. Cerchiamo di capire perché.
Un giorno in Europa si compone di quattro storie, quattro storie di italiani all’estero. Le loro vicende
private si intrecciano con i risvolti della nuova realtà europea in città quali Berlino, Praga, Santiago
de Compostela, Amsterdam e Prato, che è la realtà da cui provengono. La vita affettiva, il lavoro, le
aspirazioni, le difficoltà di quattro persone che solo trenta o quaranta anni fa avremmo chiamato
emigranti. E oggi come dovremmo chiamarli?
Dolce, delicato, ironico e commovente. Va visto”.
Paolo Pecchioli
Antropologo culturale
Per approfondire:
il trailer del film
Giovedi’ 9 aprile 2009
Un giorno in Europa – di Ettore Melani – documentario (ita/2008)
Teatrofficina Refugio – Scali del Refugio, 8 Livorno
Ore 22 – Ingresso 3 euro

PROFONDO BIANCO
Sei variazioni cinematografiche sullo spazio innevato
Ai grandi Festival del Cinema non manca mai una retrospettiva monografica su un grande autore. Nei circuiti d’essai si propongono cicli di film che fanno capo a un tema. Più raramente si sceglie di comporre una rassegna cinematografica sulla base di un’estetica. Considerati tali presupposti, Profondo Bianco nasce sia dal desiderio di creare un ciclo di film non convenzionale, sia dall’opportunità di elevare il fascino del panorama innevato a filo conduttore del discorso, a motivo di riflessione.
In ciascuno dei film lo spazio innevato non è solo e semplice ambientazione: teatro nel quale si svolgono i fatti, ma vero e proprio co-protagonista della storia. Esso assume un ruolo decisivo all’interno della narrazione e intesse un rapporto profondo e conflittuale con i personaggi.
In Profondo Bianco si racconta ed esplora, quindi, il rapporto che lega l’uomo al mondo che lo circonda, rapporto che in ogni film della rassegna assume toni ed inflessioni differenti.
Sabato 21 marzo verranno proiettati nell’ordine: Corvo rosso non avrai il mio scalpo, un western di Sydney Pollack (h 17.30), La febbre dell’oro di Charlie Chaplin (h 21.00) e, in anteprima esclusiva Encounters at the end of the world (h 23.00), l’ultimo documentario di Werner Herzog. Domenica 22, sempre allo stesso orario, sarà il turno del thriller Soldi sporchi di Sam Raimi, Lady Snowblood di Toshiya Fujita, il film di arti marziali che ha ispirato Quentin Tarantino per la saga di Kill Bill ed infine The last winter, fanta-horror del giovane e promettente regista islandese Larry Fessenden.
Sei film di diverso genere, sei variazioni cinematografiche appunto, nelle quali il panorama innevato è una costante narrativa e il simbolo del desiderio di purezza, del ritorno a un mondo incontaminato.
Sede: Teatrofficina Refugio – Scali del Refugio, 8 – Livorno
Durata: 21, 22 Marzo 2009
Orario spettacoli: Sabato e Domenica 17.30/21.00/23.00
Un film 3 euro – biglietto giornaliero 5 euro
Vi aspettiamo tutti!
Cineofficina presenta
Ottobre 30, 2008
Domenica prossima per il ciclo “Cineofficina – 99 film da vedere prima di morire” il Teatro Refugio presenta “Senza Tetto nè Legge” film di Agnès Varda del 1985.
Festival Addiction 25-26-27 ottobre
Ottobre 18, 2008
il 21 aprile vedete di non prendere impegni
Aprile 15, 2008
Piccoli film che non dovrebbero esserci – di Claudio Lazzaro
dal libro “Ho il cuore nero”
Nazirock lo vedo come il secondo episodio di una trilogia. Anche se il terzo film non lo farò mai.
In questo documentario, il secondo, racconto dall’interno la destra radicale, soprattutto i giovani, ma anche i cattivi maestri, quelli che stanno entrando nelle stanze del potere o ci sono già entrati, quelli che mostrano due facce, una istituzionale e una eversiva, quelli che lavorano in collegamento con l’estrema destra nazifascista europea.
Uso come filo conduttore la musica rock perché voglio parlare soprattutto ai ragazzi. In questo viaggio ne ho incontrati tanti che non sanno nulla. Non hanno occhi cattivi, ma sono pronti a fare – a “rifare” – cose molto cattive. Perché non conoscono la storia. Oppure credono di conoscerla, ma è solo un falso, spacciato nel caos mediatico di internet.
Ci sono una trentina di band in Italia, alcune di buon livello, che macinano un rock infarcito di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza, richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano. Attenzione: dove esiste espressione artistica, anche se rudimentale, esiste identità. Nazirock vuole mostrare le origini di questa identità.
Perché lo considero un secondo episodio? Perché sviluppa temi che avevo già affrontato in Camicie Verdi, due anni, fa quando avevo lasciato il Corriere della Sera per mettermi a fare documentari.
Camicie Verdi raccontava la pancia eversiva della Lega Nord. Il messaggio era semplice. Chiedete la secessione? Fate pure. Ma razzismo e incitazione alla violenza quelli no. Ci sono confini, paletti, in democrazia, che non si possono abbattere e superare.
Gli stessi che difende Nazirock. Volete lottare a destra della destra? Ci mancherebbe. Siamo in democrazia. Ma l’incitamento all’odio razziale e alla violenza contro le istituzioni, l’antisemitismo, la negazione strumentale e velenosa della storia, ecco, questo neppure una democrazia se lo può permettere, se vuole sopravvivere
I paletti che avrebbe dovuto difendere il terzo episodio della trilogia sono quelli piantati da Montesquieu nel 1748 e che ancora oggi definiscono i confini di un governo democratico.
“Ogni uomo che ha potere è portato ad abusarne finchè non incontra dei limiti”, avverte il filosofo enciclopedista. Questo rende necessaria una rigorosa divisione e autonomia dei poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma oggi il principale protagonista della politica italiana ha usato e forse tornerà a usare il legislativo per impedire al giudiziario di dare fastidio all’esecutivo. E nel contempo si tiene stretto il controllo quasi totale di un quarto potere, quello dell’informazione, che ai tempi di Montesquieu non esisteva e oggi, in linea di tendenza, finirà col pesare più della somma degli altri tre.
Insomma il terzo film avrebbe dovuto occuparsi di Silvio Berlusconi. Ma non credo che lo metterò in cantiere: autorevoli consulenti mi hanno spiegato che la potenza di fuoco dei suoi studi legali, se facessi il film che ho in testa di fare, mi raderebbe al suolo e mi spedirebbe dormire nei cartoni.
Nazirock comunque gli dedica un siparietto. Lo vediamo trionfante a Roma, il 2 dicembre del 2006, alla manifestazione dei 2 milioni in Piazza San Giovanni, e accanto a lui, sul palco degli oratori, Luca Romagnoli, il leader della Fiamma Tricolore, quello che interrogato sulle camere a gas risponde testualmente “Non ho nessun mezzo per poter affermare o negare”. Proprio lui, il negazionista erede di Pino Rauti, stava lì sul palco affettuosamente accolto dall’uomo più potente d’Italia. E c’era Alessandra Mussolini. E Gianfranco Fini, che spiegava alle masse, scandendo per bene le parole, quale fosse stato “il capolavoro, l’autentico capolavoro politico” di Silvio Berlusconi: non solo sdoganare la destra rappresentata da Alleanza Nazionale – riassumo – ma accogliere, dare una casa, anche al filone di destra che si ritrova in altre formazioni. Come appunto la Fiamma Tricolore e tra poco, perché no, il cartello delle destre promosso fino al 2006 da Alessandra Mussolini, compreso Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, condannato a nove anni per banda armata.
E queste cose, queste persone, queste parole, non hanno suscitato scandalo, non sono diventate oggetto di commenti allarmati. C’erano centinai di telecamere a filmare tutto, centinaia di giornalisti coi loro tacquini. Tutto normale, tranquillo.
Questo spiega la difficoltà di fare informazione oggi nel nostro Paese. Spiega l’importanza di piccoli film, montati in casa, realizzati con troupe spesso costituite da una sola persona. Film che non dovrebbero esserci, secondo il sistema dominante e istituzionale della comunicazione.
Nazirock racconta un raduno, un “campo d’azione” di Forza Nuova, mostra i ragazzi della destra estrema. Ma i due territori, questo e quello di Camicie Verdi, sono collegati. Quando nel primo documentario intervisto Mario Borghezio in ospedale, appena sfuggito al linciaggio degli autonomi, e gli chiedo quali politici lo abbiano chiamato. Lui, mogio, risponde: “Soltanto due, Roberto Fiore e Alessandra Mussolini”.
Proprio girando Camicie Verdi, nel profondo Nord, mi sono imbattuto nei gruppi rock nazifascisti. Ho scoperto il musicista e attivista Piero Puschiavo, fondatore del Veneto Fronte Skinheads, che a sua volta riconosce come padre spirituale l’inglese Ian Stuart Donaldson, nato a Blackpool nel 1950, morto nel 1993 in un incidente stradale. Di Adolf Hitler, Ian Stuart diceva: “Ammiro tutto ciò che ha fatto, tranne una cosa. Perdere”.
Piero Puschiavo oggi è membro del Comitato centrale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Non l’ho riconosciuto sul palco con Romagnoli, alla manifestazione dei due milioni, ma un posto gli spettava.
Da quella manifestazione, un anno dopo, c’è stato un rimescolamento di carte. Fini sembra puntare al centro, mentre Berlusconi si tiene Storace e la destra estrema. Di solito è svelto a capire. Il disgusto nei confronti della classe politica, intesa come casta, che lui stesso ha contribuito a provocare, si sta diffondendo in forma qualunquista: “Sono tutti uguali”. Uno schifo che rischia di minare la fiducia nel sistema democratico e spianare la strada all’uomo forte, cioè al più forte venditore su piazza, a quello che ha più televisioni per piazzare il prodotto.
L’ottimistica profezia di Indro Montanelli, che l’esperienza di un governo Berlusconi sarebbe bastata a vaccinare gli italiani, non si è realizzata. E ci sono altre autorevoli previsioni, in ogni caso, che vedono la destra crescere in tutto il mondo. Fenomeni inevitabili, come l’immigrazione e la globalizzazione, tirano da quella parte.
I ragazzi che vediamo salutare a braccio teso nel film hanno le facce dei nuovi proletari, sono quelli che potrebbero fare gli idraulici, “ma c’è un polacco che chiede la metà”, quelli che abitano dove l’immigrazione ha cambiato faccia ai quartieri, che non hanno ricevuto gli strumenti culturali per surfare l’onda del cambiamento globale e trarne vantaggio. A loro i cambiamenti rapidi e inarrestabili dell’economia globalizzata fanno paura, perché ne sono vittime. E a qualcuno devono dare la colpa. Ma spesso confondono i bersagli. C’è l’industria della paura che li aiuta a sbagliare: una destra politica, i Fiore, i Borghezio, i Romagnoli, che prospera su rancori e pregiudizi, fomentandoli.
E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio. La paura s’insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. “Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni”. Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. Elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare le barriere di classe, queste le risposte difensive che vengono proposte.
Una pressione che ai temi della politica affianca quelli presi a prestito dalla sociobiologia.
A questa pressione la sinistra dovrebbe trovare risposte libere da condizionamenti ideologici, risposte pratiche ai problemi concreti delle persone. Soprattutto dovrebbe trovare un linguaggio nuovo, capire che il mondo è cambiato e che non tornerà indietro, che per difendere i valori della solidarietà, il diritto al lavoro, il rispetto delle libertà individuali, le pari opportunità senza distinzioni di classe, insomma per difendere il bagaglio storico della sinistra democratica, bisogna scaricare come zavorra alcune certezze antiche.
Oggi è perfino difficile a volte distinguere, nella prassi, un comportamento politico di destra da uno di sinistra. Si vede molta destra a sinistra e può capitare di scorgere a destra un barlume di quel che cercavi a sinistra. Mancando riferimenti condivisi non è facile respingere le appropriazioni indebite.
Momenti confusi ci sono sempre stati. Quando il 68 esplode e la contestazione studentesca si scatena, il 28 febbraio, a Roma, in piazza contro “il sistema” non c’è solo la sinistra, gli Oreste Scalzone, i Giuliano Ferrara (sedicenne). Ci sono, dalla stessa parte, anche i “fascisti”. Poi ognuno per la sua strada. Ma forse non era così diversa la voglia di giustizia.
Dico che bisogna accantonare le differenze? Assolutamente no. Le premesse, la visione del mondo, i riferimenti culturali, sono molto lontani. Ma quando parlo coi ragazzi attirati nel “campo d’azione” da Forza Nuova, sono proprio sicuro che loro abbiano capito queste differenze? La ragazzina che ha cominciato a fare politica allo stadio, “perché i politici pensano solo ai loro interessi”, ma anche uno come Martin Avaro, federale di Forza Nuova per Roma Est, che canta “cuore nero” con la faccia da proletario, siamo sicuri che abbiano voglia di riconoscersi nelle teorie elitarie di Julius Evola o negli algidi superomismi di Franco Giorgio Freda? Veramente si pensano, si vedono, come le nuove aristocrazie, come le gerarchie destinate a costruire l’Ordine Nuovo? O sono semplicemente ragazzi impauriti che chiedono giustizia?
Le differenze ci sono e vanno spiegate, ma bisogna trovare il linguaggio per farlo. Bisogna sentire questo dovere. Che invece non si sente.
Il ragazzo che vediamo all’inizio di Nazirock, quello con il tatuaggio del Duce sul polpaccio, non ha gli occhi cattivi. Ma non sa nulla. “Gli ebrei deportati a Roma? Non lo sapevo. L’olocausto? Si, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo”.
Se dice e pensa queste cose, di chi è la colpa? Della scuola, della famiglia, della televisione?
Forse anche di una sinistra che non trova il modo di parlare con lui. Non lo dico io. Lo diceva Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera, 24 giugno 1974): “Con i fascisti, parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo comportati razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente ad essere fascisti…Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.
Claudio Lazzaro
LUNEDI’ SERA ORE 21,30 PROIEZIONE DI “NAZIROCK” AL CINEOFFICINA REFUGIO – ORE 21,30 SIETE TUTTI CALDAMENTE INVITATI. IN SALA SARA’ PRESENTE IL REGISTA CLAUDIO LAZZARO.
24 hour party people – il trailerone
Marzo 17, 2008
Pasqua al Cineofficina Refugio: 24 hour party people
Domenica 23 marzo (la sera di Pasqua) il Cineofficina Refugio è lieto di proiettare un film di M. Winterbottom: 24 Hour Party People, un film che racconta gli ultimi anni del periodo tatcheriano, in una Manchester testimone di una trasformazione musicale straordinaria, dovuta ai gruppi emersi dai suoi club e cantine. Protagonista del film, a metà strada tra il documentario e la commedia, è Tony Wilson, presentatore televisivo e proprietario di un’etichetta discografica di tendenza, la Factory. Manchester dal 1976 al 1992, più di 15 anni dagli “albori punk alla morte dell’acid culture“: così recita il sottotitolo del film, nato a posteriori a inizio 2000.
Mescolando per scelta biografia e leggende metropolitane, humor e sarcasmo, con ritmo frenetico si mescolano pubblico e privato nella vicenda dell’Haçienda e della Factory, dei gruppi che vi ruotano (Joy Division in primis e il suicidio di Curtis, gli Happy Mondays e il lisergico Shawn Ryder, i Durutti Column), dai cambiamenti dell’era post-punk fino alla Manchester degli anni d’oro, ed oltre, giù giù verso l’inevitabile declino.
24 Hour Party People ha il merito di riuscire a cogliere lo spirito dell’epoca, tra anarchia e creatività, arte e mestiere, un godibile documento quindi di quell’irripetibile periodo, in cui il melting pot tra rock e club culture era ormai una realtà.
Un film da non perdere.
23 Marzo – ore 21,30 – Cineofficina Refugio, Scali del Refugio,8 – Livorno – Ingresso 3 euro – Versione originale, sottotitolata in italiano.
Per approfondire:
24 hour party people
Tony Wilson
Michael Winterbottom .- filmografia
Cinepensierini per panoramiche pre-carie
Gennaio 24, 2008
PANORAMICHE PRE-CARIE al Teatrofficina Refugio
Giornata dedicata al tema del precariato sabato prossimo 26 gennaio. Panoramiche pre-carie: ovvero una serie di interventi a tema nati dalla collaborazione di realtà diversamente attive in città. La serata parte alle 19 con l’aperitivo resistente curato dall’ Officina Sociale Refugio e va avanti con un Buffet flessibile ed interventi vari “a progetto”: “100% precario” video documentario realizzato da Mob-com, interventi del C.S.A. Godzilla e del Chico Malo, centro di Via Terrazzini che svolge varie attività all’interno del quartiere, Il gruppo del Teatrofficina sul palco con una performance di Teatro d’Emergenza: “Goal” e per concludere la serata, alle 22 circa la proiezione su grande schermo dell’ultimo film di Costa Gavras – Cacciatori di Teste (2005) commedia nera e spietata che racconta la parabola di Bruno, dirigente di una cartiera che dopo quindici anni di lavoro si trova di fronte ad un licenziamento e reagisce in maniera atipica per riuscire ad essere reintegrato nel sistema.
Il film, a cura di Cineofficina Refugio è in versione originale (francese) con sottotitoli in italiano.
“Punishment Park”: al Refugio il cinema d’impegno civile.
Novembre 8, 2007

Domenica sera, alle ore 21e30 al Cineofficina Refugio, sarà proiettato su grande schermo il film “Punishment Park” del regista inglese Peter Watkins. Si tratta di un’occasione unica per tutti gli appassionati di cinema perché il film, pur essendo del 1971, è praticamente inedito in Italia, come molte altre pellicole di questo scomodo regista di talento.
La storia di Peter Watkins è notevole: nato nel 1935 in Inghilterra, comincia la sua carriera come montatore e regista di documentari per la BBC. Presto trasferisce la tecnica documentaristica alla narrazione e dirige i suoi primi film di forte impatto sociale, tanto forte che nel 1965 la BBC stessa rifiuterà di trasmettere “The War Game”, un film fantapolitico che immagina le conseguenze di una guerra nucleare nel Regno Unito. La forte impronta documentaristica, la recitazione realistica degli attori non professionisti, lo schierato antimilitarismo e la chiara critica contro i potenti procurano a Watkins problemi con la censura e vanno a formare i leitmotiv di tutta la sua carriera cinematografica. Allontanatosi volontariamente dall’Inghilterra, viaggia per il mondo producendo film stilisticamente simili e con tematiche di forte impegno civile.
La sua reputazione di provocatore politico è amplificata nel 1971 dal film “Punishment Park”, una storia di violento impatto politico ambientata negli Stati Uniti, dove Watkins immagina processi sommari a dissidenti politici, pacifisti, oppositori del capitalismo e della guerra in Vietnam, e una punizione alternativa al carcere, ovvero il Punishment Park, una distesa nel deserto dove i condannati devono vagare per tre giorni braccati dagli agenti della Guardia Nazionale. Come in molti suoi film, le forze dell’ordine e i dissidenti sono interpretati da attori non professionisti le cui convinzioni politiche corrispondono a quelle dei personaggi, fatto che amplifica il già crudo realismo del film.
Si tratta di un film unico, che anticipa molte delle tematiche e degli stilemi che ritroveremo nel cinema d’impegno civile dagli anni ‘70 in poi. Un appuntamento da non perdere al Cineofficina Refugio, Scali del Refugio 8, – domenica prossima alle ore 21e30. Il film è in versione originale sottotitolata in italiano. L’ingresso di 3 euro servirà a finanziare le attività e la costruzione del teatro.
Per approfondire:
http://www.mnsi.net/~pwatkins/
http://www.close-up.it/spip.php?article188
http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Watkins
Shhh…Il BubboCine sta per cominciare
Giugno 1, 2007
LA MASCHERA
Il mestiere della maschera cinematografica è piuttosto antico, risale agli albori della settima arte o meglio a quell’epoca, appena successiva alle origini, in cui il cinema cercava una propria collocazione borghese nel cuore delle città come alternativa frivola al teatro o all’intrattenimento in generale. La maschera era (è) quella figura che prontamente riportava all’ordine la sala e quei suoi ospiti più focosi, scalmanati, indisciplinati. L’etichetta dello spettatore cinematografico non deve esser data per scontata, le prime sale cinematografiche popolari erano infatti luoghi all’interno dei quali il caos regnava sovrano. Oltre al fatto che si potesse fumare (che bei tempi!), in sala era pressochè concesso tutto: grida, schiamazzi, commenti ad alta voce verso i protagonisti dello schermo, cori, canti e quant’altro; questo nelle sale popolari. Nelle sale riservate alla borghesia (o per esser più precisi a chiunque potesse pagarsi il biglietto d’ingresso) da subito si volle creare un ambiente assai più simile a quello teatrale dove il decoro e l’ordine erano sanciti da pratiche spettatoriali governate dall’etichetta dei salotti borghesi: un sobrio silenzio iniziò ad avvolgere le proiezioni ed ogni rumore molesto era sanzionato dal richiamo della “maschera”, vero e proprio poliziotto della sala.
(Alessio Galbiati e Paola Catò)
[dal sito kulturadimazza]
SABATO 2 GIUGNO – ORE 21,30
CINEOFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8 – Quartiere Venezia – Livorno
Per il Ciclo “BubboCine”
VIAGGIO ALLUCINANTE
(Fantastic Voyage)
1966
Regia
Richard Fleischer
Un’allucinazione filmica ambientata dal TeatroOfficinaRefugio
Ingresso 3€

