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SI FA PRESTO A DIRE GENDER – Rassegna cinematografica sull’identità di genere.

“Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”. È in questa prospettiva che si inserisce la mini-rassegna cinematografica a cura del Teatrofficina Refugio sul tema del gender. I gender studies si occupano ormai da qualche decina d’anni dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. A tale proposito occorre subito fare una distinzione tra sesso e genere. Il sesso è un corredo genetico, un insieme di caratteri fisici e anatomici che producono un binarismo maschio/femmina. Il genere è invece una costruzione culturale, la definizione di comportamenti che rivestono più o meno fedelmente il corredo biologico. In questo senso, vi può essere una divergenza tra le caratteristiche sessuali di un individuo e il ruolo che tale individuo ricopre nella società. Maschilità e femminilità sono quindi concetti dinamici (si trasformano col tempo) e relativi (cambiano da società e società).

La rassegna propone sei opere che spaziano nel tempo e nel luogo. La prima è L’assassinio di Sister George, un film di Robert Aldrich del 1968, dove un’attempata attrice di sceneggiati si trova divisa tra il ruolo televisivo confortante di un’infermiera e quello ben più scabroso nella vita reale (beve, frequenta i locali notturni, ha una giovane amante, ecc.).

Il secondo film in programma è My Beautiful Laundrette, tratto da una sceneggiatura di Hanif Kureishi. La storia vede come protagonisti due giovani amanti (Gordon Warnecke e Daniel Day Lewis, qui ai suoi esordi cinematografici) che cercano di farsi forza e farsi strada nell’Inghilterra arrrivista di Margaret Thatcher.

Il terzo film è Tre, l’ultimo film di Tom Tykwer, il regista di Lola Corre. Qui vediamo una coppia di quarantenni tedeschi, Hannah e Simon, che dovrà fare i conti con l’arrivo inaspettato di un terzo elemento che cambierà i loro equilibri sessuali e sentimentali.

Domenica pomeriggio la rassegna si apre con Tipping the Velvet, una miniserie inglese in tre puntate tratta dal romanzo di maggiore successo della scrittrice Sarah Waters. La protagonista, Nancy Astley, è una giovane ostricaia di provincia che si innamora di Kitty Butler, un’artista di cabaret, e la seguirà a Londra dove vivrà molteplici avventure per arrivare a capire qual è il suo ruolo nella società di fine Ottocento.

A seguire, una commedia belga dal titolo La mia vita in rosa, dove si esplora il concetto di identità sessuale dal punto di vista di un bambino di sette anni, Ludò, che preferirebbe essere una bambina.

Chiude la rassegna un film inedito in Italia, Do Comeco ao Fim (Dall’inizio alla fine), del regista brasiliano Aluisio Abranches, nel quale il tabù dell’omosessualità si confronta e si scontra con le regole dell’istituzione familiare.

SABATO 17 MARZO

Ore 18: L’assassinio di Sister George (The Killing of Sister George) – regia di Robert Aldrich, Uk 1968, 138 minuti
http://www.culturagay.it/cg/schedafilm.php?id=249

Ore 21 My Beautiful Laundrette – regia di Stephen Frears, Uk 1985, 97 minuti.
http://it.wikipedia.org/wiki/My_Beautiful_Laundrette

Ore 23 Tre (Drei) – regia di Tom Tykwer, Germania 2011, 119 minuti (versione originale con sottotitoli italiani)
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=48205&film=Drei

DOMENICA 18 MARZO

Ore 18 Tipping the Velvet (Carezze di velluto) – miniserie in tre puntate tratta dall’omonimo libro di Sarah Waters – regia di Geoffrey Sacks, Uk 2002, durata totale: 150 minuti (versione originale con sottotitoli italiani)
http://www.cinemagay.it/schede.asp?IDFilm=1928

Ore 21 La mia vita in rosa (Ma Vie en Rose) – regia di Alain Berliner, Belgio 1997, 90 min
http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=33824&film=LA-MIA-VITA-IN-ROSA

Ore 23 Per Sempre (Do Comeco ao Fim) – regia di Aluizio Abranches, Brasile 2009, 94 min (versione originale con sottotitoli italiani)
http://it.wikipedia.org/wiki/From_Beginning_to_End_-_Per_sempre

IL CORRIDOIO DELLA PAURA
[Shock corridor]
versione doppiata in italiano

Regia: Samuel Fuller; Sceneggiatura: Samuel Fuller; Produttore: Samuel Fuller; Fotografia: Stanley Cortez; Montaggio: Jerome Thomas; Musiche: Paul Dunlap; Interpreti principali: Peter Breck, Constance Towers, James Best; Origine: Usa, 1963; Durata: 101 minuti

“If you don’t like Samuel Fuller, you don’t love cinema” (Martin Scorsese).

Samuel Fuller aveva le palle. Fu il precursore del cinema americano indipendente, padre putativo della nouvelle vague francese (un film come Quaranta Pistole ha profondamente influenzato Godard), di John Cassavetes e dei vari movie brats mid – seventies, Scorsese e De Palma su tutti. Fu anche letterato, giornalista e reduce di guerra. Era insomma, una vera furia, come furiosi sono i suoi film (uno tra i tanti, “Il bacio perverso”, film del 1964, incentrato sulla pedofilia).

“Il corridoio della paura” è l’apice della sua intera filmografia. Interamente girato in interni, è uno dei più claustrofobici e inquietanti bildungsroman della storia del cinema, vera e propria discesa agli inferi della coscienza umana. Romanzo di formazione si diceva, perché Fuller, da uomo vulcanico che ha vissuto ogni sorta di esperienza, rifiuta qualsiasi forma di conoscenza intellettuale o speculativa. Non esistono per il regista giudizi sintetici a priori. Il suo è un cinema di scontri, di antitesi. La vita, nel cinema di Fuller, va affrontata, con tutte le botte e i traumi che ne derivano. Così è per Johnny, giornalista del “Globe”, assetato di gloria e desideroso di vincere il premio Pulitzer. Il suo unico desiderio è quello di scrivere l’articolo dell’anno: quale occasione migliore se non un misterioso omicidio avvenuto all’interno di un manicomio? Con l’aiuto di uno psichiatra che lo addestra adeguatamente e quello della fidanzata, che fingendosi sua sorella, denuncia alla polizia le sue turbe da fratello feticista, egli viene internato. Scoprirà la verità, ma a caro prezzo.

Una cosa è da precisare: al regista non interessa alcuna faciloneria protobasagliana. Il film è semmai una grande allegoria sul malessere e sull’alienazione americana: lo stesso corridoio che fa da titolo, luogo dove tutti gli internati “fanno amicizia” , diventa il vaso di pandora delle contraddizioni di una società alla deriva.Tra i pazienti, tre sono dei papabili testimoni per l’omicidio. Troviamo Stuart, una gioventù da ribelle e da comunista perché cresciuto a “bigotterie a colazione e a canti d’ odio come preghiere”, reduce dalla guerra di Corea, che crede di essere un tenente sudista durante la guerra di secessione e odia a morte i comunisti; Trent, “unico negro in un’università di bianchi”, cavia per l’integrazione razziale, che crede di essere il fondatore del Ku Klux Klan e tiene appassionati comizi sul “linciaggio dei negri” e “il potere bianco”; Boden, scienziato geniale, inventore della bomba atomica e della bomba all’idrogeno, che ora ha “ un cervello come un bambino di cinque anni”. Ogni scontro che il protagonista ha con gli altri internati è un pugno allo stomaco, sgradevole come l’alito di un ottuagenario. Perché ogni cosa non va come sembra, perché la via di fuga è impossibile , perché tutti ci illudiamo di avere il nostro “corridoio” di amicizie. A dominare è soltanto l’odio, generatore di una scissione all’interno di noi tutti.

L’allegoria è la cifra stilistica primaria: ogni cosa ci viene mostrata secondo il suo esatto contrario, o meglio, in uno scontro fra assurdità (se esiste, perché “Nulla distingue il pazzo dal sano, quando dorme” ) e perbenismo (pensiamo all’aggressione da parte delle ninfomani, vero shock visivo per il puritanesimo dell’epoca): in questo modo il film fa affiorare l’unheimlich più profondo della società. Pensiamo al diluvio/tempesta presente alla fine del film: di biblica memoria, ma che ritroviamo anche in grandi classici della narrativa americana come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Moby Dick”.

Linguisticamente, il film è perfetto: mai convenzionale, sempre provocatore. A partire dalla regia, secca, allucinata, potente e alla recitazione (dalla quale Cassavetes attingerà non poco per il suo “Faces” del 1968): gesti sconnessi, eccessivi, forzati. E’ dalla gestualità e dal suo significante che trasuda la moralità (nel senso hegeliano del termine) del film. Infine l’uso della musica, con una combinazione di temi che varia tra musica nera, operistica, suoni della giungla e campane buddiste, temi ebraici e cantate di guerra.

“Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”. Con questo aforisma di Euripide il regista chiude il film. Forse, è proprio questo avviso che racchiude il significato più profondo e umanista dell’opera: la conoscenza, quel “pensare contro se stessi” per dirla alla Cioran, è annullamento di sé, alienazione, perdita totale. Scriveva Nietzsche: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, mostro a sua volta. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Ma come resistere a questa piacevolissima (e pericolosissima) pulsione?

Gianluca Minucci, aprile 2011
http://www.lankelot.eu/

licaoni e coma film indipendenti e contenti

Ottobre Indipendente – T.O.R.

Indipendenti e Contenti
i Licaoni da Livorno e Coma Film da Roncobilaccio

un’esperienza di autoproduzione video

 

Venerdì 14 Ottobre – Ore 22

Teatrofficina Refugio
Scali del Refugio 8 – Livorno

Offerta minima 3 €

Ottobre mese dell’Indipendenza al Teatrofficina Refugio.

E per l’occasione una serata di videoproiezioni all’insegna dell’autoproduzione.

Venerdì 14 Ottobre alle ore 22:00 presso il Teatrofficina Refugio ci sarà un double feature d’eccezione: i Licaoni da Livorno e la Coma Film da Roncobilaccio, due realtà di videomaking che presenteranno una rassegna con opere inedite e si racconteranno l’un l’altra in un serrato faccia a faccia.

I Licaoni sono giovani alfieri dell’autoproduzione. Refrattari alle regole e ribelli per natura, hanno deciso di intraprendere la dura strada dell’Arte in salita e contromano.
Nel 1999 dettero inizio a un’inarrestabile attività all’insegna dell’indipendenza e della qualità.
A oggi vantano all’attivo tre lungometraggi – Mandorle, N.A.N.O. e Kiss me Lorena – svariati cortometraggi, spettacoli teatrali e, ultima fatica, il celebre Sceneggiato Web Corso di Cazzotti del Dr. Johnson in collaborazione con Q-Z Arts.
Tronfi e ottusamente egocentrici, i Licaoni affermano che nessuno sia più fico di loro.
Nessuno, tranne la Coma Film.

“Se la parola “Genio” avesse un volto sarebbe quello di Antonio Zucconi, mente anima e duodeno della casa di produzione indipendente Coma Film.

Antonio nasce a Pavia (forse) nel 1972 e a un certo punto della sua vita ha iniziato a sfornare cortometraggi dalla realizzazione impeccabile e dall’umorismo devastante, firmandone – spesso con lo pseudonimo di Astutillo Smeriglia – regia, sceneggiatura, montaggio e qualsiasi altro ruolo. Prima corti di fiction, tra cui L’Invadenza di Azuzl e La Preziosa Anima di Fausto in collaborazione con Zuip Film, svelando delicate doti interpretative. Successivamente cartoni animati, svelando di saper anche disegnare. Le sue opere sono state selezionate e premiate in festival nazionali e internazionali, come Il Pianeta Perfetto, premiato ai Nastri d’Argento in qualità di miglior cortometraggio italiano di animazione.
Maestro del Cinema ma anche brillante e rinomato blogger: sarà sufficiente fare un giro sul suo incomaemeglio.blogspot.com.

Esiste dunque qualcosa  in cui il nostro non eccella? Sì. Parlare in pubblico. Ed è per questo che in vista della serata al Refugio Antonio si è premunito di massicce dosi di Lexotan.

Da 0 a 10, Coma Film definisce i Licaoni “amici da 10”. Ed è per questo che i Licaoni gli hanno scritto una così bella presentazione.

Ingresso Offerta minima 3 €

Siti Internet:  www.licaoni.ithttp://www.comafilm.net/

venerdì 20 maggio – UN ANNO DI VIDEOTAPE dalle ore 19,30 aperitivo e proiezioni – offerta libera

VIDEOTAPE (www.videotapetv.com) è una web tv, nata nel maggio 2010 a Livorno, da un’idea di Giorgio Mannucci e Gianni Niccolai. E’ un programma dedito a promuovere e pubblicizzare la musica di qualità.Il programma filma, intervista e registra le performance live di band italiane e non, facenti parte della realtà musicale indipendente.
 La troupe di Videotape (composta da più di 10 elementi), il 20 maggio, festeggerà un anno di attività, laddove ha iniziato il suo percorso, al Teatrofficina Refugio.
Durante l’aperitivo, sarete accompagnati dal dj set di Jackie’s, mentre dalle 21, potrete assistere nel teatro, ad un filmato di circa 40 minuti, in cui potrete vedere miscelati, estratti dei nostri ultimi lavori (realizzati presso il The Cage Theatre, il Teatro C, il Theatralia e Feffo&Soda, in collaborazione anche con ClapEventi), accompagnati da alcune scene decisamente inedite.
Videotape Crew:
Giorgio Mannucci – Produzione, organizzazione Ambra Lunardi – Operatore, editing Martino Chiti – Operatore, editing Guglielmo Favilla – Operatore Filippo Infante – Operatore, interviste Azzurra Biagi – Interviste Alberto “Abi” Battocchi – Fonico, suono Tommaso Bandecchi – Fonico, suono Gianluca La Bruna – Fotografo Gianni Niccolai – Produzione, organizzazione Giacomo Favilla – Operatore, editing, webmaster
Il logo di Videotape è stato creato da Francesca Crestacci.

In video:
Verdena/Eugenio Finardi/A Toys Orchestra/Emidio Clementi (massimo volume)/Pan Del Diavolo Band/Forty Winks/Iori’s Eyes/Chiara Pellegrini quartet/Flip Grater

Buon Compleanno Videotape!

“To shoot an elephant” è  il film documentario di Alberto Arce e Mohammad Rujeilah premiato lo scorso novembre al Festival dei Popoli di Firenze.
Le immagini del film sono una delle poche testimonianze visive di quanto successo a Gaza nel dicembre 2008 e gennaio 2009, quando Israele lanciò l’offensiva sulla Striscia nel silenzio quasi completo dei media. A quel tempo, soltanto il corrispondente di Al Jazeera trasmetteva, via TV e social network, immagini completamente ignote al resto del mondo, ignaro, indifferente o semplicemente “impedito” da Israele a mandare giornalisti sul posto per documentare quando accadeva. Alberto Arce, spagnolo, era lì a Gaza e le immagini di “To shoot an elephant” sono la sua testimonianza.

Arce, consapevole del problema “distributivo” di cui le immagini su Gaza hanno sofferto e soffrono ancora, ha deciso di rilasciare il suo film sotto licenza Creative Commons “attribuzione condividi allo stesso modo” CC BY SA per permettere a chi interessato, nel mondo intero, di scaricare legalmente il film, copiarlo, proiettarlo in pubblico, distribuirlo, tradurlo, alla sola condizione di citarne la fonte originaria e rilasciare il prodotto finale sotto lo stesso tipo di licenza.
Così facendo, Arce e Rujailah stanno diffondendo il loro film in tutto il mondo, e la comunità che gli si è creata attorno sta organizzando per il prossimo 18 gennaio una proiezione globale, in contemporanea in diverse città, con lo scopo di commemorare Gaza e invitare il mondo a non dimenticare -abbiamo visto tristemente, in occasione della Gaza Freedom March e del suo misero fallimento a causa dell’”ostilità” egiziana, quanto il problema Gaza sia ancora attuale e di difficile risoluzione-.
Questo vuole essere anche un appello per la comunità palestinese in Italia, e per tutti gli italiani, organizzazioni, associazioni, individui a cui sta a cuore la situazione di Gaza e della Palestina, ad organizzare proiezioni di “To shoot an elephant” e farle diventare occasioni di dibattito pubblico su quanto avvenuto e tuttora avviene a Gaza.
I film vanno visti anche fuori dai festival e le immagini -soprattutto immagini come queste- devono circolare. Grazie dunque ad Alberto e Mohammad non solo per aver girato questo film, ma anche per averlo fatto circolare sulla rete, liberamente, legalmente, a dispetto dell’”esclusiva” che ancora molti festival chiedono -anche quelli piccoli e piccolissimi- non rendendosi conto che il cinema va ben oltre il suo schermo.
Per chiunque voglia organizzare una proiezione di “To shoot an elephant” qui ci sono tutte le informazioni: http://community.toshootanelephant.com/global-screening

Il film è scaricabile legalmente: http://thepiratebay.org/torrent/5249337/To_shoot_an_elephant

CINEOFFICINA REFUGIO presenta REFUGIO IN LOVE


lunedì 14 Febbraio dalle ore 19 in poi
aperitivo ♥ cibi d’amore ♥ poesie ♥ lovesongs
ore 22
Inediti Cineofficina
presenta
THE LOVED ONES – australia 2010
un horror romantico
regia di sean byrne
v.o. sottotitolata in italiano

Dall’ Australia arriva come un fulmine a ciel sereno questo horror indipendente girato con due soldi ma messo in scena nel migliore dei modi dal giovane regista esordiente Sean Byrne .Sebbene ad una prima lettura la trama possa sembrare quella di un qualsiasi “torture-porn” (che ultimamente stanno invandendo gli scaffali delle videoteche) lentamente il film scopre le sue carte e riesce a restare impresso nella testa dello spettatore grazie ad una serie di sequenze davvero inquietanti e che fanno balzare questo piccolo film fra i migliori del decennio appena passato.

Byrne gira con ottima mano e lascia che la prima parte sembri uscita da un film classico da Sundance — fotografia slavata ma di gusto , recitazione realistica e mai sopra le righe , movimenti di macchina semplici ma efficaci e colonna sonora completamente “indie” –  per poi gettare lo spettatore nell’incubo del povero “loved ones” , ovvero Brand rapito da una compagna di classe ( Lola , in apparenza bravissima ma in realta’ sadica torturatrice ) e dal padre di lei che  nemmeno velatamente si scoprono avere una relazione incestuosa.

Brand viene coinvolto in una spirale di violenza e follia che il regista gestisce alla grande , tirando fuori dal cilindro idee di messa in scena e di narrazione non banali e riuscendo nel difficile compito di lasciare la violenza per il 99% fuori dallo schermo visivo.

Davvero impossibile non vedere nella storia della schizzatissima figlia d’America Lola e della sua famigliola — il padre come detto malato almeno quanto la figlia ed una madre aassente nel vero senso della parola perche’ col cervello (letteralmente) bruciato — un’allegoria della situazione americana e della sua falsa facciata moralista che nasconde invece una realta’ fatta di violenza e crudelta’ .

Un film anche politico dunque , che non nasconde la falsita’ dello stile di vita americano ma che rimane ancorato al genere anche per  alcune sequenze davvero forti — come gia’ detto non tanto visvamente quanto per impatto di regia — e che spaventa non poco grazie anche ad una sceneggiatura di ferro , che non lascia da parte niente , nemmeno i personaggi secondari che si collegano alla storia principale senza per questo farne parte integrante.

Ottimo poi il fatto che la colpa che lega Brand alla morte del padre non sia la solita giustificazione per la violenza che subira’, ma che sia invece la molla che lo rendera’ invulerabile ad ogni tipo di tortura , fisica e morale.

Insomma , non sono poche le sorprese all’interno di questa opera , dalla recitazione a dir poco convincente di tutti gli interpreti — eccezionali i due giovani protagonisti , Xavier Samuel e Jessica McNamee — , alla perfetta messa in scena del regista passando per gli ottimi effetti speciali , senza dimenticare una colonna sonora magnifica ,un montaggio fantastico ed un finale a sorpresa al cardiopalma .

Insomma un film da non farsi scappare assolutamente, che come al solito — per le opere disturbanti e poco concilianti — pero’ e’ ancora inedito da noi.

Chissa’ se potremo mai vederlo su grande schermo e con il riconoscimento che la pellicola  merita.

(recensione a cura di Federico Frusciante – Videodrome – Livorno)
TOR
TEATROFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8
Livorno

WE HAD A DREAM/HERETIK SYSTEM  – domenica 02 gennaio – Anteprima al Cineofficina Refugio

In Inghilterra, nei primi anni ’90, il Criminal Justice Act di Margaret Thatcher ha vietato i raduni randagi a base di musica elettronica, i cosidetti “rave parties”. I maggiori attivisti hanno lasciato il paese x continuare a vivere la loro passione. Tra questi, i leggendari Spiral Tribe hanno cominciato a viaggiare in tutta Europa, facendosi modello di un nuovo mezzo d’espressione x i gruppi che successivamente si sono formati… in Francia, Repubblica Ceca ed Italia. Nasce così il “Free Party”, un festival gratuito, alternativo ed illegale, la miscela esplosiva che combina un pubblico inizialmente marginale e di nicchia ad una subcultura libertaria.

In Francia inizialmente questo genere di raduni erano sconosciuti al grande pubblico. Le poche centinaia di partecipanti però, col tempo cominciano a diventare migliaia e le TAZ, “Zone Temporaneamente Autonome” (Hakim Bey), cominciano a diventare un fenomeno di studio nonchè di preoccupazione x i governi. Quello francese, secondo il modello inglese, punisce l’organizzazione dei techno parties e spinge i “ravers” sempre + all’underground. Pochi anni dopo l’arrivo degli inglesi, un gruppo francese fa il suo debutto, si tratta degli “HERETIK”, scomodi xchè ritenuti una mina vagante x l’establishment.

Attivismo condito da tanta musica, il rapido arrivo al successo, la droga, gli incidenti…il carcere. Alla fine degli anni ’90 cambia il credo del “vivere felicemente ma nascondendosi”; si decide così di cambiare la strategia e rivendicare i propri diritti mediante veri e propri “atti terroristici”, usando il rumore come arma, un “bombardamento di suoni” misto a dimostrazioni quali l’interruzione di pubblico servizio mediante raduni illegali che riuniscono migliaia di persone nel cuore della capitale, a Parigi.

Il film traccia senza tabù più di 10 anni d’attivismo di questa tribù metropolitana, che clandestinamente ha organizzato dei festival persino nei templi della società dello spettacolo. Gli HERETIK hanno scalato i gradini dell’Olympia, il mitico locale parigino. Siete pronti ad una full immersion nella travagliata vita privata di uno dei gruppi di spicco della contro-cultura europea ?!?
Il documentario verrà proiettato quasi in contemporanea da noi e dal CSOA Mercato Occupato di Bari.
Un’anteprima nazionale.

CINEOFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8 Livorno
Versione Originale con sottotitoli in italiano a cura di Gianni Cheli e TraduTOR
ore 22
posto unico 3 euro

Da non perdere

Per saperne di più:

http://www.heretik.net/
http://uk.ihouseu.com/cmspage-648415564/

FUORI-PROGRAMMA AL CINEOFFICINA REFUGIO

Un grande documentario per chi se lo fosse perso:
Joe Strummer: the Future is Unwritten”

Documentario- tributo all’ex cantante dei The Clash (ma anche 101ers e più recentemente The Mescaleros) realizzato da Julien Temple, documentarista inglese già autore nel 1980 del celebre The Great Rock’nRoll Swindle, epocale mockumentary che raccontava l’ascesa dei Sex Pistols dal punto di vista del lo…ro ex- manager Malcolm McLaren.

Girato con tutto l’amore del fan devoto, il documentario di Temple raccoglie le testimonianze di moltissimi ex- compagni di strada e ammiratori di Joe Strummer (1952- 2002), figlio di diplomatici divenuto “Punk Rock Warlord” (come egli stesso voleva essere ricordato) e icona musicale mondiale. Dagli ex membri delle sue varie band ai fan della prima ora divenuti celebri, come Johnny Deep, Jim Jarmusch o Bono degli U2.
Mescolando alle interviste moltissimo materiale d’archivio (si va dalle pagelle scolastiche alle locandine dei primi concerti, passando dai filmati familiari alle interviste d’epoca), utilizzando anche la voce off dello stesso Strummer, Temple ne ha ricostruito tutta la sua parabola: l’infanzia, i tempi della Art School e delle occupazioni di case, gli esordi con i 101ers, la scena Punk Rock londinese, fino agli ultimi concerti con The Mescaleros. Così facendo ha costruito un omaggio incondizionato a una figura a lui coetanea e di cui sembra rimpiangere soprattutto la personalità e l’impegno politico.
Osservando infatti i vecchi amici di Strummer seduti intorno a un falò che ne rievocano le gesta e ne eseguono le canzoni, emerge in un certo senso il fallimento della generazione del “Combat Rock”, travolta da una mercificazione della musica che ne ha stravolto lo spirito originale. Molti dei “sopravvissuti” hanno approfittato di questa mercificazione mentre altri, rifiutandola, sono stati emarginati di fatto dall’establishment musical, come è il caso di molti compagni di Strummer intervistati nel film. Ed è a questi ultimi che sembra andare la simpatia di Temple, punk-rocker 50 enne rimasto, almeno così pare, fedele agli ideali musicali di gioventù.

Se non l’avete ancora visto
La maniera migliore per inizare questo dicembre 2010

JOE STRUMMER : THE FUTURE IS UNWRITTEN

domenica 5 dicembre
Cineofficina Refugio
Scali del Refugio,8 – Livorno
Ore 22 – Offerta libera

Giornata mondiale della lotta all’aids

CINEOFFICINA REFUGIO/TEATROFFICINA REFUGIO
presentano:

HOUSE OF NUMBERS
[LA CASA DEI NUMERI]
Anatomia di un’epidemia

un film di Brent W. Leung
(2009)

v.o. sottotitolata in italiano dai traduTOR
[collettivo indipendente traduttori del teatrofficina refugio]

Prima italiana su grande schermo

La distribuzione del film “House of numbers” (2009), ha scaturito dure polemiche nella comunità scientifica ed il documentario è stato perfino sconfessato dai ricercatori e medici che in buona fede avevano concesso inteviste al regista.

http://www.sitemason.com/files/lDjTYQ/House%20of%20Numbers%20Letter.pdf
http://www.houseofnumbers.org/InsideHoNHome_Page.html

LUNEDI’ 01 NOVEMBRE IL DOCUMENTARIO SU BANKSY – PREMIERE AL CINEOFFICINA REFUGIO

Cineofficina refugio e Teatrofficina Refugio
sono lieti di presentare in prima (forse) italiana su grande schermo un documentario che ha rare probabilità di essere distribuito nei cinema ovvero
EXIT THROUGH THE GIFT SHOP
un documentario di Banksy o su Banksy? Il più grande street-artist vivente al mondo

Banksy stesso ci informa subito che il film doveva essere su di lui, ma che era più interessante il personaggio del regista e che quindi il film è sul regista, il paffuto francese Thierry Guetta. Venditore di vestiti usati a Los Angeles, Guetta gira ovunque armato di una videocamera riprendendo metodicamente la propria vita. Si imbatte nella Street Art, ed inizia freneticamente a frequentare la scena, riprendendo tutti i principali esponenti, da Space Invaders (nei giorni scorsi a Roma) all’arcinoto Sheperd Fairey, autore del poster di Obama. Guetta segue insomma la Stret Art nel suo percorso dalla strada alle gallerie e ai musei, fino ad imbattersi nel  rappresentante supremo del genere: Banksy, regista del film. Non appena iniziamo a pensare che la nostra curiosità sul primattore della Street Art sarà finalmente soddisfatta, Banksy gira la camera e da allora cominciamo a seguire Thierry Guetta e la sua incredibile ascesa. E’ vero? Non è vero? In un documentario questa domanda non è necessario porsela. E’ stato stabilito all’inizio. Ma Exit Through the Gift Shop è un documentario? Banksy ha casualmente trovato una persona che gli ha donato il progetto della sua vita in cambio del successo? Questo patto faustiano è un documentario vero su un personaggio finto? Banksy vuole dimostrarci che viviamo nella finzione? O che siccome nessuno ne capisce nulla l’arte contemporanea è una truffa? E se nulla di quello che abbiamo visto è vero perchè continua a vivere quando il film è ormai finito?

Il film è in versione originale con sottotitoli in italiano realizzati dai TraduTOR (collettivo traduttori del Teatrofficina Refugio)

LUNEDI’ 01 NOVEMBRE ORE 22
EXIT THRUGH THE GIFT SHOP
CINEOFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8
Livorno
posto unico 3 euro

per saperne di più:

http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2010/10/10/exit-through-the-gift-shop-banksy-2010/

http://www.indipedia.it/arte/intervista-a-banksy-sul-sun