CINEOFFICINA REFUGIO presenta REFUGIO IN LOVE


lunedì 14 Febbraio dalle ore 19 in poi
aperitivo ♥ cibi d’amore ♥ poesie ♥ lovesongs
ore 22
Inediti Cineofficina
presenta
THE LOVED ONES – australia 2010
un horror romantico
regia di sean byrne
v.o. sottotitolata in italiano

Dall’ Australia arriva come un fulmine a ciel sereno questo horror indipendente girato con due soldi ma messo in scena nel migliore dei modi dal giovane regista esordiente Sean Byrne .Sebbene ad una prima lettura la trama possa sembrare quella di un qualsiasi “torture-porn” (che ultimamente stanno invandendo gli scaffali delle videoteche) lentamente il film scopre le sue carte e riesce a restare impresso nella testa dello spettatore grazie ad una serie di sequenze davvero inquietanti e che fanno balzare questo piccolo film fra i migliori del decennio appena passato.

Byrne gira con ottima mano e lascia che la prima parte sembri uscita da un film classico da Sundance — fotografia slavata ma di gusto , recitazione realistica e mai sopra le righe , movimenti di macchina semplici ma efficaci e colonna sonora completamente “indie” –  per poi gettare lo spettatore nell’incubo del povero “loved ones” , ovvero Brand rapito da una compagna di classe ( Lola , in apparenza bravissima ma in realta’ sadica torturatrice ) e dal padre di lei che  nemmeno velatamente si scoprono avere una relazione incestuosa.

Brand viene coinvolto in una spirale di violenza e follia che il regista gestisce alla grande , tirando fuori dal cilindro idee di messa in scena e di narrazione non banali e riuscendo nel difficile compito di lasciare la violenza per il 99% fuori dallo schermo visivo.

Davvero impossibile non vedere nella storia della schizzatissima figlia d’America Lola e della sua famigliola — il padre come detto malato almeno quanto la figlia ed una madre aassente nel vero senso della parola perche’ col cervello (letteralmente) bruciato — un’allegoria della situazione americana e della sua falsa facciata moralista che nasconde invece una realta’ fatta di violenza e crudelta’ .

Un film anche politico dunque , che non nasconde la falsita’ dello stile di vita americano ma che rimane ancorato al genere anche per  alcune sequenze davvero forti — come gia’ detto non tanto visvamente quanto per impatto di regia — e che spaventa non poco grazie anche ad una sceneggiatura di ferro , che non lascia da parte niente , nemmeno i personaggi secondari che si collegano alla storia principale senza per questo farne parte integrante.

Ottimo poi il fatto che la colpa che lega Brand alla morte del padre non sia la solita giustificazione per la violenza che subira’, ma che sia invece la molla che lo rendera’ invulerabile ad ogni tipo di tortura , fisica e morale.

Insomma , non sono poche le sorprese all’interno di questa opera , dalla recitazione a dir poco convincente di tutti gli interpreti — eccezionali i due giovani protagonisti , Xavier Samuel e Jessica McNamee — , alla perfetta messa in scena del regista passando per gli ottimi effetti speciali , senza dimenticare una colonna sonora magnifica ,un montaggio fantastico ed un finale a sorpresa al cardiopalma .

Insomma un film da non farsi scappare assolutamente, che come al solito — per le opere disturbanti e poco concilianti — pero’ e’ ancora inedito da noi.

Chissa’ se potremo mai vederlo su grande schermo e con il riconoscimento che la pellicola  merita.

(recensione a cura di Federico Frusciante – Videodrome – Livorno)
TOR
TEATROFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8
Livorno

Nell’arco della sua attività di film-maker ha descritto con estrema crudezza le terribili conseguenze sulla sua città nativa delle migliaia di licenziamenti operati dalla Roger Motors (Roger&Me), l’onnipotente e sporco potere delle lobbies delle armi (Bowling for a Columbine) e delle assicurazioni sanitarie (SiCKO) negli Stati Uniti, le sanguinose bugie dell’amministrazione Bush dopo l’11 settembre (Farenheit 9/11). Questa volta l’irriverente Michael Moore, con il brillante Capitalism: A Love Story, se la prende con banche e signori della finanza, rei di avere affossato l’economia nordamericana arricchendosi grandemente e facendo di milioni di americani dei disperati senzatetto.

L’intera opera del regista nato nel 1954 a Flint (Michigan) è costantemente volta a demolire le fondamenta del celeberrimo Sogno Americano, non disdegnando mai il periodico ricorso ad un’irresistibile ironia tendente alla sdrammatizzazione. Roger & Me (1989), Bowling for Colombine (2002), Farenheit 9/11 (2004), Sicko (2007) in fondo, pur partendo dall’analisi di problematiche diverse tra loro, evidenziano come negli Stati Uniti, di gran lunga ancora il paese più potente del mondo, ci sia una profonda frattura nel tessuto sociale e come l’élite economica e delle lobbies, tutta tesa al perseguimento di quell’imperativo categorico che è la massimizzazione dei profitti, esacerbi drasticamente questa situazione e condizioni profondamente la vita del popolo americano, calpestandone meschinamente dignità e diritti.

Capitalism: A Love Story risulta essere pienamente dentro questo discorso e, prima di ogni altra cosa, è soprattutto un gran bel film, pieno di efficaci ed esilaranti invenzioni. Tra le tante: il montaggio alternato che in apertura paragona l’impero romano in declino all’attuale situazione statunitense, facendo ricorso a estratti di un vecchio film hollywoodiano sull’Antica Roma; l’immagine di un cane di piccola taglia che tenta insistentemente di addentare qualcosa da un tavolo, proposta da Moore mentre descrive l’ostinata attitudine tutta americana a continuare testardamente a credere nel Sogno Americano e nella possibilità di poter, prima o poi, divenire ricchi; il parallelismo tra la logica alla base dei subprimes e il prestito mafioso.

Il quadro che emerge della società statunitense da questa lucida analisi della crisi del capitalismo è a dir poco agghiacciante. Eppure Moore, nell’ultima straordinaria parte del film, si lascia andare come mai aveva fatto finora alla speranza per un futuro migliore. Mostrando alcune storie di operai che, poco dopo l’elezione di Obama, hanno ottenuto la riassunzione dopo aver trovato la forza di ribellarsi in gruppo all’ingiusto licenziamento, il cineasta auspica una nuova stagione politico-sociale per gli Stati Uniti, augurandosi che l’ex senatore dell’Illinois possa finalmente realizzare quel progetto di equità, giustizia e democrazia che Roosvelt un anno prima di morire, nel lontano 1944, aveva promesso ai nordamericani.

Ultimo accenno alla geniale sequenza che anticipa i titoli di coda: Moore si presenta a New York, davanti a numerose sedi dei colossi finanziari responsabili del disastro economico, per affiggere all’entrata la tipica transenna da poliziesco hollywoodiano con la scritta “Crime Scene, Do Not Cross This Line” .

Luca Ottocento per CineMagnolie (Blog di critica cinematografica)

Domenica 18 ottobre alle ore 22 presso il Teatrofficina Refugio verrà presentata una parte della videoproduzione del regista Paolo Capezzone.
Vissuto in una borgata romana, ha praticato per dieci anni il mestiere del pugile professionista.
Laureato in filosofia, all’età di trent’anni si è trasferito ad Empoli, dove svolge l’attività di insegnante presso il Liceo Artistico. Per alcuni anni ha insegnato nei licei di Livorno.
Quasi casualmente ha scoperto da alcuni anni la produzione video-digitale che ha inteso, soprattutto, come occasione per scoprire il “mondo dei vinti”, per dare voce e spessore a chi di solito non ne ha perché emarginato. Sono nati così storie o documentari che hanno avuto come protagonisti pugili, operai, adolescenti che non riescono a crescere, marinai che non rinunciano a navigare. Alcuni di questi lavori sono stati prodotti con i propri alunni, altri in solitudine, ma sempre sotto il nome di “Cineperiferia“. Fuori dal centro, nelle riserve in cui la dinamica sociale ha confinato masse anonime, Paolo Capezzone trova i suoi protagonisti e ambienta le sue storie.
Per questa occasione saranno presentati: “Il pugilato è un mestiere duro” (documentario girato ad Empoli durante una riunione pugilistica tra il ring e gli spogliatoi); “Guardiamoci negli occhi” (la storia del primo sciopero avvenuto ad Empoli nel 1903, quello delle fiascaie che fece nascere un movimento operaio con una storia davvero notevole); ed un video dedicato a Mauro Mancini e Franco Bechini, due navigatori di cui l’autore condivide le proposte per una nautica popolare e per tutti.

Vi aspettiamo domenica 18 ottobre alle 22 al Teatrofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno

Offerta Libera

settembre 29, 2009