CINEOFFICINA REFUGIO presenta REFUGIO IN LOVE


lunedì 14 Febbraio dalle ore 19 in poi
aperitivo ♥ cibi d’amore ♥ poesie ♥ lovesongs
ore 22
Inediti Cineofficina
presenta
THE LOVED ONES – australia 2010
un horror romantico
regia di sean byrne
v.o. sottotitolata in italiano

Dall’ Australia arriva come un fulmine a ciel sereno questo horror indipendente girato con due soldi ma messo in scena nel migliore dei modi dal giovane regista esordiente Sean Byrne .Sebbene ad una prima lettura la trama possa sembrare quella di un qualsiasi “torture-porn” (che ultimamente stanno invandendo gli scaffali delle videoteche) lentamente il film scopre le sue carte e riesce a restare impresso nella testa dello spettatore grazie ad una serie di sequenze davvero inquietanti e che fanno balzare questo piccolo film fra i migliori del decennio appena passato.

Byrne gira con ottima mano e lascia che la prima parte sembri uscita da un film classico da Sundance — fotografia slavata ma di gusto , recitazione realistica e mai sopra le righe , movimenti di macchina semplici ma efficaci e colonna sonora completamente “indie” –  per poi gettare lo spettatore nell’incubo del povero “loved ones” , ovvero Brand rapito da una compagna di classe ( Lola , in apparenza bravissima ma in realta’ sadica torturatrice ) e dal padre di lei che  nemmeno velatamente si scoprono avere una relazione incestuosa.

Brand viene coinvolto in una spirale di violenza e follia che il regista gestisce alla grande , tirando fuori dal cilindro idee di messa in scena e di narrazione non banali e riuscendo nel difficile compito di lasciare la violenza per il 99% fuori dallo schermo visivo.

Davvero impossibile non vedere nella storia della schizzatissima figlia d’America Lola e della sua famigliola — il padre come detto malato almeno quanto la figlia ed una madre aassente nel vero senso della parola perche’ col cervello (letteralmente) bruciato — un’allegoria della situazione americana e della sua falsa facciata moralista che nasconde invece una realta’ fatta di violenza e crudelta’ .

Un film anche politico dunque , che non nasconde la falsita’ dello stile di vita americano ma che rimane ancorato al genere anche per  alcune sequenze davvero forti — come gia’ detto non tanto visvamente quanto per impatto di regia — e che spaventa non poco grazie anche ad una sceneggiatura di ferro , che non lascia da parte niente , nemmeno i personaggi secondari che si collegano alla storia principale senza per questo farne parte integrante.

Ottimo poi il fatto che la colpa che lega Brand alla morte del padre non sia la solita giustificazione per la violenza che subira’, ma che sia invece la molla che lo rendera’ invulerabile ad ogni tipo di tortura , fisica e morale.

Insomma , non sono poche le sorprese all’interno di questa opera , dalla recitazione a dir poco convincente di tutti gli interpreti — eccezionali i due giovani protagonisti , Xavier Samuel e Jessica McNamee — , alla perfetta messa in scena del regista passando per gli ottimi effetti speciali , senza dimenticare una colonna sonora magnifica ,un montaggio fantastico ed un finale a sorpresa al cardiopalma .

Insomma un film da non farsi scappare assolutamente, che come al solito — per le opere disturbanti e poco concilianti — pero’ e’ ancora inedito da noi.

Chissa’ se potremo mai vederlo su grande schermo e con il riconoscimento che la pellicola  merita.

(recensione a cura di Federico Frusciante – Videodrome – Livorno)
TOR
TEATROFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8
Livorno

WE HAD A DREAM/HERETIK SYSTEM  – domenica 02 gennaio – Anteprima al Cineofficina Refugio

In Inghilterra, nei primi anni ’90, il Criminal Justice Act di Margaret Thatcher ha vietato i raduni randagi a base di musica elettronica, i cosidetti “rave parties”. I maggiori attivisti hanno lasciato il paese x continuare a vivere la loro passione. Tra questi, i leggendari Spiral Tribe hanno cominciato a viaggiare in tutta Europa, facendosi modello di un nuovo mezzo d’espressione x i gruppi che successivamente si sono formati… in Francia, Repubblica Ceca ed Italia. Nasce così il “Free Party”, un festival gratuito, alternativo ed illegale, la miscela esplosiva che combina un pubblico inizialmente marginale e di nicchia ad una subcultura libertaria.

In Francia inizialmente questo genere di raduni erano sconosciuti al grande pubblico. Le poche centinaia di partecipanti però, col tempo cominciano a diventare migliaia e le TAZ, “Zone Temporaneamente Autonome” (Hakim Bey), cominciano a diventare un fenomeno di studio nonchè di preoccupazione x i governi. Quello francese, secondo il modello inglese, punisce l’organizzazione dei techno parties e spinge i “ravers” sempre + all’underground. Pochi anni dopo l’arrivo degli inglesi, un gruppo francese fa il suo debutto, si tratta degli “HERETIK”, scomodi xchè ritenuti una mina vagante x l’establishment.

Attivismo condito da tanta musica, il rapido arrivo al successo, la droga, gli incidenti…il carcere. Alla fine degli anni ’90 cambia il credo del “vivere felicemente ma nascondendosi”; si decide così di cambiare la strategia e rivendicare i propri diritti mediante veri e propri “atti terroristici”, usando il rumore come arma, un “bombardamento di suoni” misto a dimostrazioni quali l’interruzione di pubblico servizio mediante raduni illegali che riuniscono migliaia di persone nel cuore della capitale, a Parigi.

Il film traccia senza tabù più di 10 anni d’attivismo di questa tribù metropolitana, che clandestinamente ha organizzato dei festival persino nei templi della società dello spettacolo. Gli HERETIK hanno scalato i gradini dell’Olympia, il mitico locale parigino. Siete pronti ad una full immersion nella travagliata vita privata di uno dei gruppi di spicco della contro-cultura europea ?!?
Il documentario verrà proiettato quasi in contemporanea da noi e dal CSOA Mercato Occupato di Bari.
Un’anteprima nazionale.

CINEOFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8 Livorno
Versione Originale con sottotitoli in italiano a cura di Gianni Cheli e TraduTOR
ore 22
posto unico 3 euro

Da non perdere

Per saperne di più:

http://www.heretik.net/
http://uk.ihouseu.com/cmspage-648415564/

LUNEDI’ 01 NOVEMBRE IL DOCUMENTARIO SU BANKSY – PREMIERE AL CINEOFFICINA REFUGIO

Cineofficina refugio e Teatrofficina Refugio
sono lieti di presentare in prima (forse) italiana su grande schermo un documentario che ha rare probabilità di essere distribuito nei cinema ovvero
EXIT THROUGH THE GIFT SHOP
un documentario di Banksy o su Banksy? Il più grande street-artist vivente al mondo

Banksy stesso ci informa subito che il film doveva essere su di lui, ma che era più interessante il personaggio del regista e che quindi il film è sul regista, il paffuto francese Thierry Guetta. Venditore di vestiti usati a Los Angeles, Guetta gira ovunque armato di una videocamera riprendendo metodicamente la propria vita. Si imbatte nella Street Art, ed inizia freneticamente a frequentare la scena, riprendendo tutti i principali esponenti, da Space Invaders (nei giorni scorsi a Roma) all’arcinoto Sheperd Fairey, autore del poster di Obama. Guetta segue insomma la Stret Art nel suo percorso dalla strada alle gallerie e ai musei, fino ad imbattersi nel  rappresentante supremo del genere: Banksy, regista del film. Non appena iniziamo a pensare che la nostra curiosità sul primattore della Street Art sarà finalmente soddisfatta, Banksy gira la camera e da allora cominciamo a seguire Thierry Guetta e la sua incredibile ascesa. E’ vero? Non è vero? In un documentario questa domanda non è necessario porsela. E’ stato stabilito all’inizio. Ma Exit Through the Gift Shop è un documentario? Banksy ha casualmente trovato una persona che gli ha donato il progetto della sua vita in cambio del successo? Questo patto faustiano è un documentario vero su un personaggio finto? Banksy vuole dimostrarci che viviamo nella finzione? O che siccome nessuno ne capisce nulla l’arte contemporanea è una truffa? E se nulla di quello che abbiamo visto è vero perchè continua a vivere quando il film è ormai finito?

Il film è in versione originale con sottotitoli in italiano realizzati dai TraduTOR (collettivo traduttori del Teatrofficina Refugio)

LUNEDI’ 01 NOVEMBRE ORE 22
EXIT THRUGH THE GIFT SHOP
CINEOFFICINA REFUGIO
Scali del Refugio, 8
Livorno
posto unico 3 euro

per saperne di più:

http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2010/10/10/exit-through-the-gift-shop-banksy-2010/

http://www.indipedia.it/arte/intervista-a-banksy-sul-sun

Moon, il film di Duncan Jones

dicembre 15, 2009

MOON – Il film di Duncan Jones mercoledì 23 dicembre al Teatrofficina Refugio

Moon
di Duncan Jones, 2009

Presentato all’ultimo festival di Sundance e poi accolto in USA e UK con unanime entusiasmo, il primo lungometraggio diretto da Duncan Jones è davvero una bella sorpresa – forse, dandogli tempo, una di quelle che lasciano il segno: Jones si dimostra fin da principio un regista e soggettista abile e sensibile, ma il fatto che più sconcerta è come questo suo esordio vada in una direzione differente rispetto a quella che siamo abituati a vedere nelle opere prime – più cupa e “sottrattiva”: una scelta impeccabile, per quello che vuole ottenere.

Infatti Moon è costato “soltanto” 5 milioni di dollari, eppure è anche uno dei film di fantascienza più rigorosi e profondi degli ultimi tempi: forse perché Jones ha il coraggio di non chinare la testa di fronte ai classici, di genere e non solo, ispirandosi addirittura con sfrontatezza a modelli “alti” come Solaris e 2001: Odissea nello spazio (il computer di bordo GERTY rappresenta una curiosa variazione sul tema di HAL) restituendo al grande schermo un’idea di fantascienza filosofica e metafisica che era andata perduta – il tutto con pochissimi elementi (un solo attore, ovviamente enorme, un set claustrofobico, un conto alla rovescia, una paura, una rivelazione, l’impulso alla libertà) che permettono di andare a fondo in una riflessione decadente e malinconica sull’uomo e la sua identità. Senza rinunciare all’impatto visivo, ovviamente, e soprattutto a una notevole ricerca, fin nel dettaglio, sull’armamentario futuribile – di cui il film fa sfoggio senza un briciolo di spocchia.

Difficile dire granché senza rivelare dettagli della trama: fatto sta che Moon riesce da solo a dare una boccata d’aria a un genere forse soffocato da un decennio di sensazionalismi, e che l’opera prima di questo 38enne inglese – che per un caso non tanto fortuito è pure il figlio di Ziggy Stardust – sembra già quella di un autore affermato, con una sua mitologia e, parrebbe, una sua ben definita impronta personale.

L’universo narrativo dovrebbe secondo le intenzioni di Jones dare vita a una trilogia*: speriamo, e confidiamo, che gli episodi successivi mantengano anche solo la metà di ciò che Moon promette.

Nei cinema dal 4 dicembre 2009
dal blog
http://giovanecinefilo.splinder.com/

Piccoli film che non dovrebbero esserci – di Claudio Lazzaro
dal libro “Ho il cuore nero”

Nazirock lo vedo come il secondo episodio di una trilogia. Anche se il terzo film non lo farò mai.
In questo documentario, il secondo, racconto dall’interno la destra radicale, soprattutto i giovani, ma anche i cattivi maestri, quelli che stanno entrando nelle stanze del potere o ci sono già entrati, quelli che mostrano due facce, una istituzionale e una eversiva, quelli che lavorano in collegamento con l’estrema destra nazifascista europea.
Uso come filo conduttore la musica rock perché voglio parlare soprattutto ai ragazzi. In questo viaggio ne ho incontrati tanti che non sanno nulla. Non hanno occhi cattivi, ma sono pronti a fare – a “rifare” – cose molto cattive. Perché non conoscono la storia. Oppure credono di conoscerla, ma è solo un falso, spacciato nel caos mediatico di internet.
Ci sono una trentina di band in Italia, alcune di buon livello, che macinano un rock infarcito di xenofobia, razzismo, incitazioni alla violenza, richiami nostalgici ai tempi della svastica e del saluto romano. Attenzione: dove esiste espressione artistica, anche se rudimentale, esiste identità. Nazirock vuole mostrare le origini di questa identità.
Perché lo considero un secondo episodio? Perché sviluppa temi che avevo già affrontato in Camicie Verdi, due anni, fa quando avevo lasciato il Corriere della Sera per mettermi a fare documentari.
Camicie Verdi raccontava la pancia eversiva della Lega Nord. Il messaggio era semplice. Chiedete la secessione? Fate pure. Ma razzismo e incitazione alla violenza quelli no. Ci sono confini, paletti, in democrazia, che non si possono abbattere e superare.
Gli stessi che difende Nazirock. Volete lottare a destra della destra? Ci mancherebbe. Siamo in democrazia. Ma l’incitamento all’odio razziale e alla violenza contro le istituzioni, l’antisemitismo, la negazione strumentale e velenosa della storia, ecco, questo neppure una democrazia se lo può permettere, se vuole sopravvivere
I paletti che avrebbe dovuto difendere il terzo episodio della trilogia sono quelli piantati da Montesquieu nel 1748 e che ancora oggi definiscono i confini di un governo democratico.
“Ogni uomo che ha potere è portato ad abusarne finchè non incontra dei limiti”, avverte il filosofo enciclopedista. Questo rende necessaria una rigorosa divisione e autonomia dei poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma oggi il principale protagonista della politica italiana ha usato e forse tornerà a usare il legislativo per impedire al giudiziario di dare fastidio all’esecutivo. E nel contempo si tiene stretto il controllo quasi totale di un quarto potere, quello dell’informazione, che ai tempi di Montesquieu non esisteva e oggi, in linea di tendenza, finirà col pesare più della somma degli altri tre.
Insomma il terzo film avrebbe dovuto occuparsi di Silvio Berlusconi. Ma non credo che lo metterò in cantiere: autorevoli consulenti mi hanno spiegato che la potenza di fuoco dei suoi studi legali, se facessi il film che ho in testa di fare, mi raderebbe al suolo e mi spedirebbe dormire nei cartoni.
Nazirock comunque gli dedica un siparietto. Lo vediamo trionfante a Roma, il 2 dicembre del 2006, alla manifestazione dei 2 milioni in Piazza San Giovanni, e accanto a lui, sul palco degli oratori, Luca Romagnoli, il leader della Fiamma Tricolore, quello che interrogato sulle camere a gas risponde testualmente “Non ho nessun mezzo per poter affermare o negare”. Proprio lui, il negazionista erede di Pino Rauti, stava lì sul palco affettuosamente accolto dall’uomo più potente d’Italia. E c’era Alessandra Mussolini. E Gianfranco Fini, che spiegava alle masse, scandendo per bene le parole, quale fosse stato “il capolavoro, l’autentico capolavoro politico” di Silvio Berlusconi: non solo sdoganare la destra rappresentata da Alleanza Nazionale – riassumo – ma accogliere, dare una casa, anche al filone di destra che si ritrova in altre formazioni. Come appunto la Fiamma Tricolore e tra poco, perché no, il cartello delle destre promosso fino al 2006 da Alessandra Mussolini, compreso Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, condannato a nove anni per banda armata.
E queste cose, queste persone, queste parole, non hanno suscitato scandalo, non sono diventate oggetto di commenti allarmati. C’erano centinai di telecamere a filmare tutto, centinaia di giornalisti coi loro tacquini. Tutto normale, tranquillo.
Questo spiega la difficoltà di fare informazione oggi nel nostro Paese. Spiega l’importanza di piccoli film, montati in casa, realizzati con troupe spesso costituite da una sola persona. Film che non dovrebbero esserci, secondo il sistema dominante e istituzionale della comunicazione.
Nazirock racconta un raduno, un “campo d’azione” di Forza Nuova, mostra i ragazzi della destra estrema. Ma i due territori, questo e quello di Camicie Verdi, sono collegati. Quando nel primo documentario intervisto Mario Borghezio in ospedale, appena sfuggito al linciaggio degli autonomi, e gli chiedo quali politici lo abbiano chiamato. Lui, mogio, risponde: “Soltanto due, Roberto Fiore e Alessandra Mussolini”.
Proprio girando Camicie Verdi, nel profondo Nord, mi sono imbattuto nei gruppi rock nazifascisti. Ho scoperto il musicista e attivista Piero Puschiavo, fondatore del Veneto Fronte Skinheads, che a sua volta riconosce come padre spirituale l’inglese Ian Stuart Donaldson, nato a Blackpool nel 1950, morto nel 1993 in un incidente stradale. Di Adolf Hitler, Ian Stuart diceva: “Ammiro tutto ciò che ha fatto, tranne una cosa. Perdere”.
Piero Puschiavo oggi è membro del Comitato centrale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Non l’ho riconosciuto sul palco con Romagnoli, alla manifestazione dei due milioni, ma un posto gli spettava.
Da quella manifestazione, un anno dopo, c’è stato un rimescolamento di carte. Fini sembra puntare al centro, mentre Berlusconi si tiene Storace e la destra estrema. Di solito è svelto a capire. Il disgusto nei confronti della classe politica, intesa come casta, che lui stesso ha contribuito a provocare, si sta diffondendo in forma qualunquista: “Sono tutti uguali”. Uno schifo che rischia di minare la fiducia nel sistema democratico e spianare la strada all’uomo forte, cioè al più forte venditore su piazza, a quello che ha più televisioni per piazzare il prodotto.
L’ottimistica profezia di Indro Montanelli, che l’esperienza di un governo Berlusconi sarebbe bastata a vaccinare gli italiani, non si è realizzata. E ci sono altre autorevoli previsioni, in ogni caso, che vedono la destra crescere in tutto il mondo. Fenomeni inevitabili, come l’immigrazione e la globalizzazione, tirano da quella parte.
I ragazzi che vediamo salutare a braccio teso nel film hanno le facce dei nuovi proletari, sono quelli che potrebbero fare gli idraulici, “ma c’è un polacco che chiede la metà”, quelli che abitano dove l’immigrazione ha cambiato faccia ai quartieri, che non hanno ricevuto gli strumenti culturali per surfare l’onda del cambiamento globale e trarne vantaggio. A loro i cambiamenti rapidi e inarrestabili dell’economia globalizzata fanno paura, perché ne sono vittime. E a qualcuno devono dare la colpa. Ma spesso confondono i bersagli. C’è l’industria della paura che li aiuta a sbagliare: una destra politica, i Fiore, i Borghezio, i Romagnoli, che prospera su rancori e pregiudizi, fomentandoli.
E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il contagio. La paura s’insinua nelle fasce dominanti. Manca la sicurezza. “Gli stranieri fanno figli, noi no. Diventeremo minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura, saremo spazzati via nel giro di poche generazioni”. Sono questi gli argomenti su cui punta la destra radicale. Elevare muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare le barriere di classe, queste le risposte difensive che vengono proposte.
Una pressione che ai temi della politica affianca quelli presi a prestito dalla sociobiologia.
A questa pressione la sinistra dovrebbe trovare risposte libere da condizionamenti ideologici, risposte pratiche ai problemi concreti delle persone. Soprattutto dovrebbe trovare un linguaggio nuovo, capire che il mondo è cambiato e che non tornerà indietro, che per difendere i valori della solidarietà, il diritto al lavoro, il rispetto delle libertà individuali, le pari opportunità senza distinzioni di classe, insomma per difendere il bagaglio storico della sinistra democratica, bisogna scaricare come zavorra alcune certezze antiche.
Oggi è perfino difficile a volte distinguere, nella prassi, un comportamento politico di destra da uno di sinistra. Si vede molta destra a sinistra e può capitare di scorgere a destra un barlume di quel che cercavi a sinistra. Mancando riferimenti condivisi non è facile respingere le appropriazioni indebite.
Momenti confusi ci sono sempre stati. Quando il 68 esplode e la contestazione studentesca si scatena, il 28 febbraio, a Roma, in piazza contro “il sistema” non c’è solo la sinistra, gli Oreste Scalzone, i Giuliano Ferrara (sedicenne). Ci sono, dalla stessa parte, anche i “fascisti”. Poi ognuno per la sua strada. Ma forse non era così diversa la voglia di giustizia.
Dico che bisogna accantonare le differenze? Assolutamente no. Le premesse, la visione del mondo, i riferimenti culturali, sono molto lontani. Ma quando parlo coi ragazzi attirati nel “campo d’azione” da Forza Nuova, sono proprio sicuro che loro abbiano capito queste differenze? La ragazzina che ha cominciato a fare politica allo stadio, “perché i politici pensano solo ai loro interessi”, ma anche uno come Martin Avaro, federale di Forza Nuova per Roma Est, che canta “cuore nero” con la faccia da proletario, siamo sicuri che abbiano voglia di riconoscersi nelle teorie elitarie di Julius Evola o negli algidi superomismi di Franco Giorgio Freda? Veramente si pensano, si vedono, come le nuove aristocrazie, come le gerarchie destinate a costruire l’Ordine Nuovo? O sono semplicemente ragazzi impauriti che chiedono giustizia?
Le differenze ci sono e vanno spiegate, ma bisogna trovare il linguaggio per farlo. Bisogna sentire questo dovere. Che invece non si sente.
Il ragazzo che vediamo all’inizio di Nazirock, quello con il tatuaggio del Duce sul polpaccio, non ha gli occhi cattivi. Ma non sa nulla. “Gli ebrei deportati a Roma? Non lo sapevo. L’olocausto? Si, ma non erano sei milioni. Quanti? Uno, al massimo. Chi te l’ha detto? Un sito. Quale? Non ricordo”.
Se dice e pensa queste cose, di chi è la colpa? Della scuola, della famiglia, della televisione?
Forse anche di una sinistra che non trova il modo di parlare con lui. Non lo dico io. Lo diceva Pier Paolo Pasolini (Corriere della Sera, 24 giugno 1974): “Con i fascisti, parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo comportati razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente ad essere fascisti…Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.

Claudio Lazzaro

LUNEDI’ SERA ORE 21,30 PROIEZIONE DI “NAZIROCK” AL CINEOFFICINA REFUGIO – ORE 21,30 SIETE TUTTI CALDAMENTE INVITATI. IN SALA SARA’ PRESENTE IL REGISTA CLAUDIO LAZZARO.

CONTROL – La storia dei Joy Division al Cineofficina Refugio

Domenica 6 gennaio alle 21,30 al Cineofficina Refugio, mutazione del Teatrofficina, verrà proiettato Control di A. Corbijn, film biografico sulla vita travagliata di Ian Curtis, cantante e leader dei Joy Division, band di culto della New Wave britannica dei primi anni ottanta.
Il film è stato presentato quest’anno al Festival del Cinema di Cannes con grande successo di pubblico e critica.
Il regista Anton Corbijn è stato fotografo e fan dei Joy Division sino al lor scioglimento avvenuto nel 1980, ha diretto nel 1988 il video musicale “Atmosphere”, dedicato a Ian Curtis, e da allora ha girato video musicali per Nirvana, U2, Depeche Mode e molti altri.
In Italia ancora non vi è stata distribuzione e quindi questa sarà l’unica opportunità, per adesso, di vedere la pellicola su grande schermo, in lingua originale con sottotitoli in italiano.
Sarà anche l’occasione per inaugurare le gradinate di legno all’interno della sala, costruite grazie agli incassi delle serate precedenti e montate per una miglior visione degli spettacoli.

Domenica 6 gennaio, ore 21,30 “Control” di A.Corbijn – Posto unico 3 euro – Cineofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno.

Domenica sera, alle ore 21e30 al Cineofficina Refugio, sarà proiettato su grande schermo il film “Punishment Park” del regista inglese Peter Watkins. Si tratta di un’occasione unica per tutti gli appassionati di cinema perché il film, pur essendo del 1971, è praticamente inedito in Italia, come molte altre pellicole di questo scomodo regista di talento.

La storia di Peter Watkins è notevole: nato nel 1935 in Inghilterra, comincia la sua carriera come montatore e regista di documentari per la BBC. Presto trasferisce la tecnica documentaristica alla narrazione e dirige i suoi primi film di forte impatto sociale, tanto forte che nel 1965 la BBC stessa rifiuterà di trasmettere “The War Game”, un film fantapolitico che immagina le conseguenze di una guerra nucleare nel Regno Unito. La forte impronta documentaristica, la recitazione realistica degli attori non professionisti, lo schierato antimilitarismo e la chiara critica contro i potenti procurano a Watkins problemi con la censura e vanno a formare i leitmotiv di tutta la sua carriera cinematografica. Allontanatosi volontariamente dall’Inghilterra, viaggia per il mondo producendo film stilisticamente simili e con tematiche di forte impegno civile.

La sua reputazione di provocatore politico è amplificata nel 1971 dal film “Punishment Park”, una storia di violento impatto politico ambientata negli Stati Uniti, dove Watkins immagina processi sommari a dissidenti politici, pacifisti, oppositori del capitalismo e della guerra in Vietnam, e una punizione alternativa al carcere, ovvero il Punishment Park, una distesa nel deserto dove i condannati devono vagare per tre giorni braccati dagli agenti della Guardia Nazionale. Come in molti suoi film, le forze dell’ordine e i dissidenti sono interpretati da attori non professionisti le cui convinzioni politiche corrispondono a quelle dei personaggi, fatto che amplifica il già crudo realismo del film.

Si tratta di un film unico, che anticipa molte delle tematiche e degli stilemi che ritroveremo nel cinema d’impegno civile dagli anni ’70 in poi. Un appuntamento da non perdere al Cineofficina Refugio, Scali del Refugio 8, – domenica prossima alle ore 21e30. Il film è in versione originale sottotitolata in italiano. L’ingresso di 3 euro servirà a finanziare le attività e la costruzione del teatro.

Per approfondire:

http://www.mnsi.net/~pwatkins/

http://www.close-up.it/spip.php?article188

http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Watkins