IL CORRIDOIO DELLA PAURA
[Shock corridor]
versione doppiata in italiano

Regia: Samuel Fuller; Sceneggiatura: Samuel Fuller; Produttore: Samuel Fuller; Fotografia: Stanley Cortez; Montaggio: Jerome Thomas; Musiche: Paul Dunlap; Interpreti principali: Peter Breck, Constance Towers, James Best; Origine: Usa, 1963; Durata: 101 minuti

“If you don’t like Samuel Fuller, you don’t love cinema” (Martin Scorsese).

Samuel Fuller aveva le palle. Fu il precursore del cinema americano indipendente, padre putativo della nouvelle vague francese (un film come Quaranta Pistole ha profondamente influenzato Godard), di John Cassavetes e dei vari movie brats mid – seventies, Scorsese e De Palma su tutti. Fu anche letterato, giornalista e reduce di guerra. Era insomma, una vera furia, come furiosi sono i suoi film (uno tra i tanti, “Il bacio perverso”, film del 1964, incentrato sulla pedofilia).

“Il corridoio della paura” è l’apice della sua intera filmografia. Interamente girato in interni, è uno dei più claustrofobici e inquietanti bildungsroman della storia del cinema, vera e propria discesa agli inferi della coscienza umana. Romanzo di formazione si diceva, perché Fuller, da uomo vulcanico che ha vissuto ogni sorta di esperienza, rifiuta qualsiasi forma di conoscenza intellettuale o speculativa. Non esistono per il regista giudizi sintetici a priori. Il suo è un cinema di scontri, di antitesi. La vita, nel cinema di Fuller, va affrontata, con tutte le botte e i traumi che ne derivano. Così è per Johnny, giornalista del “Globe”, assetato di gloria e desideroso di vincere il premio Pulitzer. Il suo unico desiderio è quello di scrivere l’articolo dell’anno: quale occasione migliore se non un misterioso omicidio avvenuto all’interno di un manicomio? Con l’aiuto di uno psichiatra che lo addestra adeguatamente e quello della fidanzata, che fingendosi sua sorella, denuncia alla polizia le sue turbe da fratello feticista, egli viene internato. Scoprirà la verità, ma a caro prezzo.

Una cosa è da precisare: al regista non interessa alcuna faciloneria protobasagliana. Il film è semmai una grande allegoria sul malessere e sull’alienazione americana: lo stesso corridoio che fa da titolo, luogo dove tutti gli internati “fanno amicizia” , diventa il vaso di pandora delle contraddizioni di una società alla deriva.Tra i pazienti, tre sono dei papabili testimoni per l’omicidio. Troviamo Stuart, una gioventù da ribelle e da comunista perché cresciuto a “bigotterie a colazione e a canti d’ odio come preghiere”, reduce dalla guerra di Corea, che crede di essere un tenente sudista durante la guerra di secessione e odia a morte i comunisti; Trent, “unico negro in un’università di bianchi”, cavia per l’integrazione razziale, che crede di essere il fondatore del Ku Klux Klan e tiene appassionati comizi sul “linciaggio dei negri” e “il potere bianco”; Boden, scienziato geniale, inventore della bomba atomica e della bomba all’idrogeno, che ora ha “ un cervello come un bambino di cinque anni”. Ogni scontro che il protagonista ha con gli altri internati è un pugno allo stomaco, sgradevole come l’alito di un ottuagenario. Perché ogni cosa non va come sembra, perché la via di fuga è impossibile , perché tutti ci illudiamo di avere il nostro “corridoio” di amicizie. A dominare è soltanto l’odio, generatore di una scissione all’interno di noi tutti.

L’allegoria è la cifra stilistica primaria: ogni cosa ci viene mostrata secondo il suo esatto contrario, o meglio, in uno scontro fra assurdità (se esiste, perché “Nulla distingue il pazzo dal sano, quando dorme” ) e perbenismo (pensiamo all’aggressione da parte delle ninfomani, vero shock visivo per il puritanesimo dell’epoca): in questo modo il film fa affiorare l’unheimlich più profondo della società. Pensiamo al diluvio/tempesta presente alla fine del film: di biblica memoria, ma che ritroviamo anche in grandi classici della narrativa americana come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Moby Dick”.

Linguisticamente, il film è perfetto: mai convenzionale, sempre provocatore. A partire dalla regia, secca, allucinata, potente e alla recitazione (dalla quale Cassavetes attingerà non poco per il suo “Faces” del 1968): gesti sconnessi, eccessivi, forzati. E’ dalla gestualità e dal suo significante che trasuda la moralità (nel senso hegeliano del termine) del film. Infine l’uso della musica, con una combinazione di temi che varia tra musica nera, operistica, suoni della giungla e campane buddiste, temi ebraici e cantate di guerra.

“Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”. Con questo aforisma di Euripide il regista chiude il film. Forse, è proprio questo avviso che racchiude il significato più profondo e umanista dell’opera: la conoscenza, quel “pensare contro se stessi” per dirla alla Cioran, è annullamento di sé, alienazione, perdita totale. Scriveva Nietzsche: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, mostro a sua volta. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Ma come resistere a questa piacevolissima (e pericolosissima) pulsione?

Gianluca Minucci, aprile 2011
http://www.lankelot.eu/

venerdì 20 maggio – UN ANNO DI VIDEOTAPE dalle ore 19,30 aperitivo e proiezioni – offerta libera

VIDEOTAPE (www.videotapetv.com) è una web tv, nata nel maggio 2010 a Livorno, da un’idea di Giorgio Mannucci e Gianni Niccolai. E’ un programma dedito a promuovere e pubblicizzare la musica di qualità.Il programma filma, intervista e registra le performance live di band italiane e non, facenti parte della realtà musicale indipendente.
 La troupe di Videotape (composta da più di 10 elementi), il 20 maggio, festeggerà un anno di attività, laddove ha iniziato il suo percorso, al Teatrofficina Refugio.
Durante l’aperitivo, sarete accompagnati dal dj set di Jackie’s, mentre dalle 21, potrete assistere nel teatro, ad un filmato di circa 40 minuti, in cui potrete vedere miscelati, estratti dei nostri ultimi lavori (realizzati presso il The Cage Theatre, il Teatro C, il Theatralia e Feffo&Soda, in collaborazione anche con ClapEventi), accompagnati da alcune scene decisamente inedite.
Videotape Crew:
Giorgio Mannucci – Produzione, organizzazione Ambra Lunardi – Operatore, editing Martino Chiti – Operatore, editing Guglielmo Favilla – Operatore Filippo Infante – Operatore, interviste Azzurra Biagi – Interviste Alberto “Abi” Battocchi – Fonico, suono Tommaso Bandecchi – Fonico, suono Gianluca La Bruna – Fotografo Gianni Niccolai – Produzione, organizzazione Giacomo Favilla – Operatore, editing, webmaster
Il logo di Videotape è stato creato da Francesca Crestacci.

In video:
Verdena/Eugenio Finardi/A Toys Orchestra/Emidio Clementi (massimo volume)/Pan Del Diavolo Band/Forty Winks/Iori’s Eyes/Chiara Pellegrini quartet/Flip Grater

Buon Compleanno Videotape!

“To shoot an elephant” è  il film documentario di Alberto Arce e Mohammad Rujeilah premiato lo scorso novembre al Festival dei Popoli di Firenze.
Le immagini del film sono una delle poche testimonianze visive di quanto successo a Gaza nel dicembre 2008 e gennaio 2009, quando Israele lanciò l’offensiva sulla Striscia nel silenzio quasi completo dei media. A quel tempo, soltanto il corrispondente di Al Jazeera trasmetteva, via TV e social network, immagini completamente ignote al resto del mondo, ignaro, indifferente o semplicemente “impedito” da Israele a mandare giornalisti sul posto per documentare quando accadeva. Alberto Arce, spagnolo, era lì a Gaza e le immagini di “To shoot an elephant” sono la sua testimonianza.

Arce, consapevole del problema “distributivo” di cui le immagini su Gaza hanno sofferto e soffrono ancora, ha deciso di rilasciare il suo film sotto licenza Creative Commons “attribuzione condividi allo stesso modo” CC BY SA per permettere a chi interessato, nel mondo intero, di scaricare legalmente il film, copiarlo, proiettarlo in pubblico, distribuirlo, tradurlo, alla sola condizione di citarne la fonte originaria e rilasciare il prodotto finale sotto lo stesso tipo di licenza.
Così facendo, Arce e Rujailah stanno diffondendo il loro film in tutto il mondo, e la comunità che gli si è creata attorno sta organizzando per il prossimo 18 gennaio una proiezione globale, in contemporanea in diverse città, con lo scopo di commemorare Gaza e invitare il mondo a non dimenticare -abbiamo visto tristemente, in occasione della Gaza Freedom March e del suo misero fallimento a causa dell’”ostilità” egiziana, quanto il problema Gaza sia ancora attuale e di difficile risoluzione-.
Questo vuole essere anche un appello per la comunità palestinese in Italia, e per tutti gli italiani, organizzazioni, associazioni, individui a cui sta a cuore la situazione di Gaza e della Palestina, ad organizzare proiezioni di “To shoot an elephant” e farle diventare occasioni di dibattito pubblico su quanto avvenuto e tuttora avviene a Gaza.
I film vanno visti anche fuori dai festival e le immagini -soprattutto immagini come queste- devono circolare. Grazie dunque ad Alberto e Mohammad non solo per aver girato questo film, ma anche per averlo fatto circolare sulla rete, liberamente, legalmente, a dispetto dell’”esclusiva” che ancora molti festival chiedono -anche quelli piccoli e piccolissimi- non rendendosi conto che il cinema va ben oltre il suo schermo.
Per chiunque voglia organizzare una proiezione di “To shoot an elephant” qui ci sono tutte le informazioni: http://community.toshootanelephant.com/global-screening

Il film è scaricabile legalmente: http://thepiratebay.org/torrent/5249337/To_shoot_an_elephant

FUORI-PROGRAMMA AL CINEOFFICINA REFUGIO

Un grande documentario per chi se lo fosse perso:
Joe Strummer: the Future is Unwritten”

Documentario- tributo all’ex cantante dei The Clash (ma anche 101ers e più recentemente The Mescaleros) realizzato da Julien Temple, documentarista inglese già autore nel 1980 del celebre The Great Rock’nRoll Swindle, epocale mockumentary che raccontava l’ascesa dei Sex Pistols dal punto di vista del lo…ro ex- manager Malcolm McLaren.

Girato con tutto l’amore del fan devoto, il documentario di Temple raccoglie le testimonianze di moltissimi ex- compagni di strada e ammiratori di Joe Strummer (1952- 2002), figlio di diplomatici divenuto “Punk Rock Warlord” (come egli stesso voleva essere ricordato) e icona musicale mondiale. Dagli ex membri delle sue varie band ai fan della prima ora divenuti celebri, come Johnny Deep, Jim Jarmusch o Bono degli U2.
Mescolando alle interviste moltissimo materiale d’archivio (si va dalle pagelle scolastiche alle locandine dei primi concerti, passando dai filmati familiari alle interviste d’epoca), utilizzando anche la voce off dello stesso Strummer, Temple ne ha ricostruito tutta la sua parabola: l’infanzia, i tempi della Art School e delle occupazioni di case, gli esordi con i 101ers, la scena Punk Rock londinese, fino agli ultimi concerti con The Mescaleros. Così facendo ha costruito un omaggio incondizionato a una figura a lui coetanea e di cui sembra rimpiangere soprattutto la personalità e l’impegno politico.
Osservando infatti i vecchi amici di Strummer seduti intorno a un falò che ne rievocano le gesta e ne eseguono le canzoni, emerge in un certo senso il fallimento della generazione del “Combat Rock”, travolta da una mercificazione della musica che ne ha stravolto lo spirito originale. Molti dei “sopravvissuti” hanno approfittato di questa mercificazione mentre altri, rifiutandola, sono stati emarginati di fatto dall’establishment musical, come è il caso di molti compagni di Strummer intervistati nel film. Ed è a questi ultimi che sembra andare la simpatia di Temple, punk-rocker 50 enne rimasto, almeno così pare, fedele agli ideali musicali di gioventù.

Se non l’avete ancora visto
La maniera migliore per inizare questo dicembre 2010

JOE STRUMMER : THE FUTURE IS UNWRITTEN

domenica 5 dicembre
Cineofficina Refugio
Scali del Refugio,8 – Livorno
Ore 22 – Offerta libera

Giornata mondiale della lotta all’aids

CINEOFFICINA REFUGIO/TEATROFFICINA REFUGIO
presentano:

HOUSE OF NUMBERS
[LA CASA DEI NUMERI]
Anatomia di un’epidemia

un film di Brent W. Leung
(2009)

v.o. sottotitolata in italiano dai traduTOR
[collettivo indipendente traduttori del teatrofficina refugio]

Prima italiana su grande schermo

La distribuzione del film “House of numbers” (2009), ha scaturito dure polemiche nella comunità scientifica ed il documentario è stato perfino sconfessato dai ricercatori e medici che in buona fede avevano concesso inteviste al regista.

http://www.sitemason.com/files/lDjTYQ/House%20of%20Numbers%20Letter.pdf
http://www.houseofnumbers.org/InsideHoNHome_Page.html

Nell’arco della sua attività di film-maker ha descritto con estrema crudezza le terribili conseguenze sulla sua città nativa delle migliaia di licenziamenti operati dalla Roger Motors (Roger&Me), l’onnipotente e sporco potere delle lobbies delle armi (Bowling for a Columbine) e delle assicurazioni sanitarie (SiCKO) negli Stati Uniti, le sanguinose bugie dell’amministrazione Bush dopo l’11 settembre (Farenheit 9/11). Questa volta l’irriverente Michael Moore, con il brillante Capitalism: A Love Story, se la prende con banche e signori della finanza, rei di avere affossato l’economia nordamericana arricchendosi grandemente e facendo di milioni di americani dei disperati senzatetto.

L’intera opera del regista nato nel 1954 a Flint (Michigan) è costantemente volta a demolire le fondamenta del celeberrimo Sogno Americano, non disdegnando mai il periodico ricorso ad un’irresistibile ironia tendente alla sdrammatizzazione. Roger & Me (1989), Bowling for Colombine (2002), Farenheit 9/11 (2004), Sicko (2007) in fondo, pur partendo dall’analisi di problematiche diverse tra loro, evidenziano come negli Stati Uniti, di gran lunga ancora il paese più potente del mondo, ci sia una profonda frattura nel tessuto sociale e come l’élite economica e delle lobbies, tutta tesa al perseguimento di quell’imperativo categorico che è la massimizzazione dei profitti, esacerbi drasticamente questa situazione e condizioni profondamente la vita del popolo americano, calpestandone meschinamente dignità e diritti.

Capitalism: A Love Story risulta essere pienamente dentro questo discorso e, prima di ogni altra cosa, è soprattutto un gran bel film, pieno di efficaci ed esilaranti invenzioni. Tra le tante: il montaggio alternato che in apertura paragona l’impero romano in declino all’attuale situazione statunitense, facendo ricorso a estratti di un vecchio film hollywoodiano sull’Antica Roma; l’immagine di un cane di piccola taglia che tenta insistentemente di addentare qualcosa da un tavolo, proposta da Moore mentre descrive l’ostinata attitudine tutta americana a continuare testardamente a credere nel Sogno Americano e nella possibilità di poter, prima o poi, divenire ricchi; il parallelismo tra la logica alla base dei subprimes e il prestito mafioso.

Il quadro che emerge della società statunitense da questa lucida analisi della crisi del capitalismo è a dir poco agghiacciante. Eppure Moore, nell’ultima straordinaria parte del film, si lascia andare come mai aveva fatto finora alla speranza per un futuro migliore. Mostrando alcune storie di operai che, poco dopo l’elezione di Obama, hanno ottenuto la riassunzione dopo aver trovato la forza di ribellarsi in gruppo all’ingiusto licenziamento, il cineasta auspica una nuova stagione politico-sociale per gli Stati Uniti, augurandosi che l’ex senatore dell’Illinois possa finalmente realizzare quel progetto di equità, giustizia e democrazia che Roosvelt un anno prima di morire, nel lontano 1944, aveva promesso ai nordamericani.

Ultimo accenno alla geniale sequenza che anticipa i titoli di coda: Moore si presenta a New York, davanti a numerose sedi dei colossi finanziari responsabili del disastro economico, per affiggere all’entrata la tipica transenna da poliziesco hollywoodiano con la scritta “Crime Scene, Do Not Cross This Line” .

Luca Ottocento per CineMagnolie (Blog di critica cinematografica)

OFFICINA DOC – Una personale di Michele Lezza al Teatrofficina Refugio Venerdì prossimo 22 gennaio

Venerdì 22 al Teatroffiicina Refugio abbiamo il piacere di ospitare Michele Lezza, filmaker livornese trentenne.
Michele racconta:
“Dopo una formazione come cameraman a Roma, dove ho appreso la tecnica, mi sono fatto le ossa  sul campo,  lavorando  per 6 anni in una televisione toscana CANALE 50, facendo di tutto: cameraman, fonico, montatore, regista. E tra un “Senza parole”  sul Livorno ad un montaggio per il Tg ad uno spot televisivo, mi sono iscritto all’albo dei giornalisti come VideoReporter.

Ho sempre fatto film autoprodotti partecipando a diversi festival e ad un tratto mi sono accorto che la TV non mi bastava piu’ e avevo voglia di raccontare delle storie in maniera diversa. Cosi ho lasciato il mio lavoro per cercare di cavalcare un sogno e diventare un documentarista. Sono approdato alla scuola di cinema  ZeLIG (www.zeligfilm.it) dove mi sono formato con l’intento di provare a dar voce a chi non ce l’ha.

Partendo dall’Italia ho provato a raccontare storie diverse in Europa e nel mondo passando da: Cuba, Messico, Guatemala, Belize, India, Kenya, dove ogni persona e cultura che ho incontrato mi ha arricchito nel mio percorso formativo e umano.”

I corti:

  • uno spot contro la violenza sulle donne , per la campagna contro la violenza per la Regione autonoma dell’alto adige (2009-20 secondi)
  • “Via Livornese 788″(documentario sul ruolo di  Camp Darby a pochi giorni dalla guerra in Iraq, 2003, 20minuti),
  • “Okkio” (cortometraggio, orwelliano, pone l’accento sulla presenza sempre più massiccia di telecamere di sicurezza presenti nelle nostre citta’, 2007- 5 minuti),
  • “Dea” (film-documentario, su una teenagers albanese-italiana, immigrazione, integrazione e un passato che ha vissuto la guerra sono gli elementi di questa storia, 2009,  20 minuti),
  • “Kenya desaparecidos” (documentario,  Una nuova Argentina ai giorni d’oggi in Kenya che quasi nessuno conosce,2009 –  7 minuti).
  • “La passione del secolo” (documentario che ripercorre la storia dell’andare allo stadio da fine 800 ai giorni d’oggi (con tanto di inaugurazione dello stadio A.Picchi (ex Edda Ciano Mussolini) 2009,10 minuti

La serata è ad offerta libera.

OFFICINA DOC – Corti e doc, una personale di Michele Lezza – Venerdì 22 gennaio ore 22 – Teatroffiicna Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno – Offerta Libera

Domenica 18 ottobre alle ore 22 presso il Teatrofficina Refugio verrà presentata una parte della videoproduzione del regista Paolo Capezzone.
Vissuto in una borgata romana, ha praticato per dieci anni il mestiere del pugile professionista.
Laureato in filosofia, all’età di trent’anni si è trasferito ad Empoli, dove svolge l’attività di insegnante presso il Liceo Artistico. Per alcuni anni ha insegnato nei licei di Livorno.
Quasi casualmente ha scoperto da alcuni anni la produzione video-digitale che ha inteso, soprattutto, come occasione per scoprire il “mondo dei vinti”, per dare voce e spessore a chi di solito non ne ha perché emarginato. Sono nati così storie o documentari che hanno avuto come protagonisti pugili, operai, adolescenti che non riescono a crescere, marinai che non rinunciano a navigare. Alcuni di questi lavori sono stati prodotti con i propri alunni, altri in solitudine, ma sempre sotto il nome di “Cineperiferia“. Fuori dal centro, nelle riserve in cui la dinamica sociale ha confinato masse anonime, Paolo Capezzone trova i suoi protagonisti e ambienta le sue storie.
Per questa occasione saranno presentati: “Il pugilato è un mestiere duro” (documentario girato ad Empoli durante una riunione pugilistica tra il ring e gli spogliatoi); “Guardiamoci negli occhi” (la storia del primo sciopero avvenuto ad Empoli nel 1903, quello delle fiascaie che fece nascere un movimento operaio con una storia davvero notevole); ed un video dedicato a Mauro Mancini e Franco Bechini, due navigatori di cui l’autore condivide le proposte per una nautica popolare e per tutti.

Vi aspettiamo domenica 18 ottobre alle 22 al Teatrofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno

Offerta Libera

Giovedì sera, 9 aprile prossimo al Teatrofficina Refugio (Scali del Refugio8, Livorno)
verrà proiettato il documentario di Ettore Melani Un Giorno in Europa, alle ore 22:

“UN GIORNO IN EUROPA”
-Nuove forme di emigrazione-

“Un giorno in Europa: nuove forme di emigrazione, è un
documentario appena sfornato dalla MelBal produzioni,
produttrice squattrinata che si è presa la bega di toccare un
tasto difficile e complicato: ma sarà vero che questi italiani
non sono più un popolo di emigranti? Sarà vero che il
fenomeno chiamato emigrazione riguarda il passato del
nostro Paese e non più il presente? Sarà vero che gli italiani
hanno smesso di far valigia alla ricerca di miglior fortuna
altrove?
Perchè quando parliamo di emigrazione ricevuta, e quindi di
marocchini, albanesi, rumeni, moldavi, rom, senegalesi,
nigeriani e tutto il resto, siamo più o meno tutti d’accordo.
Ma quando decidiamo, da italiani quali siamo, e quindi da europei, di guardarci allo specchio e di
sottoporci alle stesse domande, ponendoci allo stesso livello culturale e sociale e nelle stesse
situazioni di coloro che chiamiamo emigrati, le cose cambiano.
Osservare le nostre realtà come osserviamo quelle “altre”, implica uno sforzo culturale
considerevole: è ciò che in antropologia prende il nome di straneamento culturale; implica in primo
luogo la sospensione di giudizi morali e la volontà di rimuovere sovrastrutture culturali che negli
anni, sedimentandosi, hanno portato alla formazione di stereotipi e luoghi comuni nei confronti
dell’alterita’. Vuol dire in altre parole capovolgere l’obbiettivo, puntarlo su noi stessi: è l’osservatore
che diventa osservato.
E magari ci accorgiamo che gli italiani che vivono fuori dall’Italia sono davvero tantissimi, e che
oggi come cinquant’anni fa molti italiani continuano a cercare fuori dal proprio Paese possibilità
nuove, come cambiare il proprio status, la propria situazione affettiva o economica, mettendo in
discussione il proprio senso di identità o la propria idea del mondo. E magari ci accorgiamo che di
queste nuove forme di emigrazione e delle dinamiche che le muovono si sa ben poco: mancano
cifre, dati, testimonianze. Cerchiamo di capire perché.
Un giorno in Europa si compone di quattro storie, quattro storie di italiani all’estero. Le loro vicende
private si intrecciano con i risvolti della nuova realtà europea in città quali Berlino, Praga, Santiago
de Compostela, Amsterdam e Prato, che è la realtà da cui provengono. La vita affettiva, il lavoro, le
aspirazioni, le difficoltà di quattro persone che solo trenta o quaranta anni fa avremmo chiamato
emigranti. E oggi come dovremmo chiamarli?
Dolce, delicato, ironico e commovente. Va visto”.

Paolo Pecchioli
Antropologo culturale

Per approfondire:

il trailer del film

Un giorno in Europa

Giovedi’ 9 aprile 2009
Un giorno in Europa – di Ettore Melani – documentario (ita/2008)
Teatrofficina Refugio – Scali del Refugio, 8 Livorno
Ore 22 – Ingresso 3 euro

marzo 18, 2009

PROFONDO BIANCO
Sei variazioni cinematografiche sullo spazio innevato

Ai grandi Festival del Cinema non manca mai una retrospettiva monografica su un grande autore. Nei circuiti d’essai si propongono cicli di film che fanno capo a un tema. Più raramente si sceglie di comporre una rassegna cinematografica sulla base di un’estetica. Considerati tali presupposti, Profondo Bianco nasce sia dal desiderio di creare un ciclo di film non convenzionale, sia dall’opportunità di elevare il fascino del panorama innevato a filo conduttore del discorso, a motivo di riflessione.

In ciascuno dei film lo spazio innevato non è solo e semplice ambientazione: teatro nel quale si svolgono i fatti, ma vero e proprio co-protagonista della storia. Esso assume un ruolo decisivo all’interno della narrazione e intesse un rapporto profondo e conflittuale con i personaggi.

In Profondo Bianco si racconta ed esplora, quindi, il rapporto che lega l’uomo al mondo che lo circonda, rapporto che in ogni film della rassegna assume toni ed inflessioni differenti.

Sabato 21 marzo verranno proiettati nell’ordine: Corvo rosso non avrai il mio scalpo, un western di Sydney Pollack (h 17.30), La febbre dell’oro di Charlie Chaplin (h 21.00) e, in anteprima esclusiva Encounters at the end of the world (h 23.00), l’ultimo documentario di Werner Herzog. Domenica 22, sempre allo stesso orario, sarà il turno del thriller Soldi sporchi di Sam Raimi, Lady Snowblood di Toshiya Fujita, il film di arti marziali che ha ispirato Quentin Tarantino per la saga di Kill Bill ed infine The last winter, fanta-horror del giovane e promettente regista islandese Larry Fessenden.

Sei film di diverso genere, sei variazioni cinematografiche appunto, nelle quali il panorama innevato è una costante narrativa e il simbolo del desiderio di purezza, del ritorno a un mondo incontaminato.

Sede: Teatrofficina Refugio – Scali del Refugio, 8 – Livorno

Durata: 21, 22 Marzo 2009

Orario spettacoli: Sabato e Domenica 17.30/21.00/23.00

Un film 3 euro – biglietto giornaliero 5 euro

Vi aspettiamo tutti!