IL CORRIDOIO DELLA PAURA
[Shock corridor]
versione doppiata in italiano

Regia: Samuel Fuller; Sceneggiatura: Samuel Fuller; Produttore: Samuel Fuller; Fotografia: Stanley Cortez; Montaggio: Jerome Thomas; Musiche: Paul Dunlap; Interpreti principali: Peter Breck, Constance Towers, James Best; Origine: Usa, 1963; Durata: 101 minuti

“If you don’t like Samuel Fuller, you don’t love cinema” (Martin Scorsese).

Samuel Fuller aveva le palle. Fu il precursore del cinema americano indipendente, padre putativo della nouvelle vague francese (un film come Quaranta Pistole ha profondamente influenzato Godard), di John Cassavetes e dei vari movie brats mid – seventies, Scorsese e De Palma su tutti. Fu anche letterato, giornalista e reduce di guerra. Era insomma, una vera furia, come furiosi sono i suoi film (uno tra i tanti, “Il bacio perverso”, film del 1964, incentrato sulla pedofilia).

“Il corridoio della paura” è l’apice della sua intera filmografia. Interamente girato in interni, è uno dei più claustrofobici e inquietanti bildungsroman della storia del cinema, vera e propria discesa agli inferi della coscienza umana. Romanzo di formazione si diceva, perché Fuller, da uomo vulcanico che ha vissuto ogni sorta di esperienza, rifiuta qualsiasi forma di conoscenza intellettuale o speculativa. Non esistono per il regista giudizi sintetici a priori. Il suo è un cinema di scontri, di antitesi. La vita, nel cinema di Fuller, va affrontata, con tutte le botte e i traumi che ne derivano. Così è per Johnny, giornalista del “Globe”, assetato di gloria e desideroso di vincere il premio Pulitzer. Il suo unico desiderio è quello di scrivere l’articolo dell’anno: quale occasione migliore se non un misterioso omicidio avvenuto all’interno di un manicomio? Con l’aiuto di uno psichiatra che lo addestra adeguatamente e quello della fidanzata, che fingendosi sua sorella, denuncia alla polizia le sue turbe da fratello feticista, egli viene internato. Scoprirà la verità, ma a caro prezzo.

Una cosa è da precisare: al regista non interessa alcuna faciloneria protobasagliana. Il film è semmai una grande allegoria sul malessere e sull’alienazione americana: lo stesso corridoio che fa da titolo, luogo dove tutti gli internati “fanno amicizia” , diventa il vaso di pandora delle contraddizioni di una società alla deriva.Tra i pazienti, tre sono dei papabili testimoni per l’omicidio. Troviamo Stuart, una gioventù da ribelle e da comunista perché cresciuto a “bigotterie a colazione e a canti d’ odio come preghiere”, reduce dalla guerra di Corea, che crede di essere un tenente sudista durante la guerra di secessione e odia a morte i comunisti; Trent, “unico negro in un’università di bianchi”, cavia per l’integrazione razziale, che crede di essere il fondatore del Ku Klux Klan e tiene appassionati comizi sul “linciaggio dei negri” e “il potere bianco”; Boden, scienziato geniale, inventore della bomba atomica e della bomba all’idrogeno, che ora ha “ un cervello come un bambino di cinque anni”. Ogni scontro che il protagonista ha con gli altri internati è un pugno allo stomaco, sgradevole come l’alito di un ottuagenario. Perché ogni cosa non va come sembra, perché la via di fuga è impossibile , perché tutti ci illudiamo di avere il nostro “corridoio” di amicizie. A dominare è soltanto l’odio, generatore di una scissione all’interno di noi tutti.

L’allegoria è la cifra stilistica primaria: ogni cosa ci viene mostrata secondo il suo esatto contrario, o meglio, in uno scontro fra assurdità (se esiste, perché “Nulla distingue il pazzo dal sano, quando dorme” ) e perbenismo (pensiamo all’aggressione da parte delle ninfomani, vero shock visivo per il puritanesimo dell’epoca): in questo modo il film fa affiorare l’unheimlich più profondo della società. Pensiamo al diluvio/tempesta presente alla fine del film: di biblica memoria, ma che ritroviamo anche in grandi classici della narrativa americana come “Le avventure di Huckleberry Finn” e “Moby Dick”.

Linguisticamente, il film è perfetto: mai convenzionale, sempre provocatore. A partire dalla regia, secca, allucinata, potente e alla recitazione (dalla quale Cassavetes attingerà non poco per il suo “Faces” del 1968): gesti sconnessi, eccessivi, forzati. E’ dalla gestualità e dal suo significante che trasuda la moralità (nel senso hegeliano del termine) del film. Infine l’uso della musica, con una combinazione di temi che varia tra musica nera, operistica, suoni della giungla e campane buddiste, temi ebraici e cantate di guerra.

“Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”. Con questo aforisma di Euripide il regista chiude il film. Forse, è proprio questo avviso che racchiude il significato più profondo e umanista dell’opera: la conoscenza, quel “pensare contro se stessi” per dirla alla Cioran, è annullamento di sé, alienazione, perdita totale. Scriveva Nietzsche: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, mostro a sua volta. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Ma come resistere a questa piacevolissima (e pericolosissima) pulsione?

Gianluca Minucci, aprile 2011
http://www.lankelot.eu/

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OFFICINA DOC – Una personale di Michele Lezza al Teatrofficina Refugio Venerdì prossimo 22 gennaio

Venerdì 22 al Teatroffiicina Refugio abbiamo il piacere di ospitare Michele Lezza, filmaker livornese trentenne.
Michele racconta:
“Dopo una formazione come cameraman a Roma, dove ho appreso la tecnica, mi sono fatto le ossa  sul campo,  lavorando  per 6 anni in una televisione toscana CANALE 50, facendo di tutto: cameraman, fonico, montatore, regista. E tra un “Senza parole”  sul Livorno ad un montaggio per il Tg ad uno spot televisivo, mi sono iscritto all’albo dei giornalisti come VideoReporter.

Ho sempre fatto film autoprodotti partecipando a diversi festival e ad un tratto mi sono accorto che la TV non mi bastava piu’ e avevo voglia di raccontare delle storie in maniera diversa. Cosi ho lasciato il mio lavoro per cercare di cavalcare un sogno e diventare un documentarista. Sono approdato alla scuola di cinema  ZeLIG (www.zeligfilm.it) dove mi sono formato con l’intento di provare a dar voce a chi non ce l’ha.

Partendo dall’Italia ho provato a raccontare storie diverse in Europa e nel mondo passando da: Cuba, Messico, Guatemala, Belize, India, Kenya, dove ogni persona e cultura che ho incontrato mi ha arricchito nel mio percorso formativo e umano.”

I corti:

  • uno spot contro la violenza sulle donne , per la campagna contro la violenza per la Regione autonoma dell’alto adige (2009-20 secondi)
  • “Via Livornese 788″(documentario sul ruolo di  Camp Darby a pochi giorni dalla guerra in Iraq, 2003, 20minuti),
  • “Okkio” (cortometraggio, orwelliano, pone l’accento sulla presenza sempre più massiccia di telecamere di sicurezza presenti nelle nostre citta’, 2007- 5 minuti),
  • “Dea” (film-documentario, su una teenagers albanese-italiana, immigrazione, integrazione e un passato che ha vissuto la guerra sono gli elementi di questa storia, 2009,  20 minuti),
  • “Kenya desaparecidos” (documentario,  Una nuova Argentina ai giorni d’oggi in Kenya che quasi nessuno conosce,2009 –  7 minuti).
  • “La passione del secolo” (documentario che ripercorre la storia dell’andare allo stadio da fine 800 ai giorni d’oggi (con tanto di inaugurazione dello stadio A.Picchi (ex Edda Ciano Mussolini) 2009,10 minuti

La serata è ad offerta libera.

OFFICINA DOC – Corti e doc, una personale di Michele Lezza – Venerdì 22 gennaio ore 22 – Teatroffiicna Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno – Offerta Libera

Domenica 18 ottobre alle ore 22 presso il Teatrofficina Refugio verrà presentata una parte della videoproduzione del regista Paolo Capezzone.
Vissuto in una borgata romana, ha praticato per dieci anni il mestiere del pugile professionista.
Laureato in filosofia, all’età di trent’anni si è trasferito ad Empoli, dove svolge l’attività di insegnante presso il Liceo Artistico. Per alcuni anni ha insegnato nei licei di Livorno.
Quasi casualmente ha scoperto da alcuni anni la produzione video-digitale che ha inteso, soprattutto, come occasione per scoprire il “mondo dei vinti”, per dare voce e spessore a chi di solito non ne ha perché emarginato. Sono nati così storie o documentari che hanno avuto come protagonisti pugili, operai, adolescenti che non riescono a crescere, marinai che non rinunciano a navigare. Alcuni di questi lavori sono stati prodotti con i propri alunni, altri in solitudine, ma sempre sotto il nome di “Cineperiferia“. Fuori dal centro, nelle riserve in cui la dinamica sociale ha confinato masse anonime, Paolo Capezzone trova i suoi protagonisti e ambienta le sue storie.
Per questa occasione saranno presentati: “Il pugilato è un mestiere duro” (documentario girato ad Empoli durante una riunione pugilistica tra il ring e gli spogliatoi); “Guardiamoci negli occhi” (la storia del primo sciopero avvenuto ad Empoli nel 1903, quello delle fiascaie che fece nascere un movimento operaio con una storia davvero notevole); ed un video dedicato a Mauro Mancini e Franco Bechini, due navigatori di cui l’autore condivide le proposte per una nautica popolare e per tutti.

Vi aspettiamo domenica 18 ottobre alle 22 al Teatrofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno

Offerta Libera

CineOfficina Clandestina – il Cinema delle Utopie


Si dice che il cinema sia la macchina dell’immaginario, dei sogni. E se i sogni sono desideri, allora vogliamo usare il cinema come una cluster bomb di utopie.

Se è anche vero che certi desideri, come un mondo di eguali, una società non schiacciata dal capitale, una sana ribellione, al giorno d’oggi sono emerginati nelle strade, disoccupati e svuotati, marciscono nelle carceri ultraffollate, naufragano nel mezzo del Mediterraneo o in un deserto messicano, allora il nostro cinema è pure clandestino.

La CineOfficina Clandestina trova luogo nel TeatroOfficina Refugio, che anche letteralmente ben sposa l’esigenza di dare asilo a certe pratiche.

La CineOfficina infatti, come macchina dei desideri proibiti, proietterà visioni clandestine, fuorilegge rispetto i dettami del copyright.

Corto e lungometraggi autoprodotti o indipendenti, copyleft o meno, che rifiutano la logica del diritto d’autore e che girano per la rete o solo nel circuito dei movimenti.

Prime visioni di film interessanti ma sempre più spesso rigettati dal cinema delle multisale, per censura o per disinteresse del grande pubblico da reality.

Visioni pirata dei blockbusters per il gusto di non castrare i desideri più reconditi di spettacolazione. La priorità è il desiderio.

La seconda priorità è la condivisione a prezzo politico.

Il cinema inteso come pellicola e come struttura richiede incoraggiamento, anche economico. Per questo non pirateremo pellicole serie proiettate in sale serie. Andremo oltre le barriere del copyright a beneficio del messaggio e dell’utente del cinema. Diffondere e fruire film in maniera popolare, commentandone il significato e sfuggire alla pratica onanista della visione individuale.

Cineofficina Clandestina proietterà in maniera occasionale e discontinua, ma pur sempre deflagrante.

Pirati di sogni, pionieri del futuro.

Giovedì prossimo 16 aprile alle ore 22, al Teatrofficina Refugio (scali del refugio, 8 livorno) in proiezione l’ultimo film documentario dedicato a Patti Smith “Dream of Life” di Steven Sebring.

“Quando dico rock’n’roll non voglio dire un gruppo che suona canzoni, dico di un’intera comunità che passa per il suono, il ritmo e lo scambio di energia. Una sorta di sentire comune. Il senso di essere insieme in qualcosa di unico. Non è una merdata hippie. Non mi interessa un mondo dove tutti cantino la la la la, ma credo che esista un futuro là dove tutti cominceremo a comunicare.”

Si scopre una grande artista del Novecento guardando questo film. Non importa se si conoscono le sue canzoni a memoria, non serve aver comprato “allora” i suoi album. Anche chi non abbia mai sentito neppure una nota di Patti Smith, chi non conosca il suo spigoloso e sensuale corpo, il suo sguardo assorbente, la sua magnetica prossemica, la sua voce assertiva, entrerà fin dalla prima scena in un mondo artistico veramente unico. Chi ha visto invece i suoi concerti, chi l’ha seguita avrà per la prima volta la visione completa di un’artista per cui la musica, la canzone non sono stati che uno dei tanti piani di espressione. È un film di Patti Smith: colonna sonora è la sua voce, che parla e canta, legge, elenca. Un bravo, devoto regista ha saputo annullarsi per mostrare infine la grande opera d’arte di Patti Smith: la sua vita di poetessa “maudit”, musicista e madre attentissima, travolta dai lutti e costante nella ricerca. Perché Patti Smith non si è fermata, continua a scrivere e creare.

Patricia Lee Smith (Chicago, 30 dicembre 1946) è una cantante, musicista e poetessa statunitense.  È soprannominata la sacerdotessa “maudite” del rock.

A ventotto anni entrò nel mondo della musica, dapprima con timidi readings di poesia e suoni poi con singoli di etichette indipendenti, infine con un album prodotto da John Cale.  Horses del 1975 fece epoca: per la voce passionale e inebriata, per la visionaria qualità poetica e per la sferza della musica, un nudo rock elettrico che qualcuno chiamò punk, anche se quel termine avrebbe preso poi un’altra piega con l’avvento dei Sex Pistols e delle band britanniche.

Per quattro anni fino al 1979 Patti fu regina di un rock intelligente e nuovo, ammaliando i critici ma visitando anche le classifiche (“Because the Night“, scritta con Bruce Springsteen) e riuscendo a mantenere credibilità nei passaggi più spericolati, come quando nelle note al quarto album, Wave, inserì una foto di Papa Luciani e la scritta “la musica è riconciliazione con Dio”. Nel 1979 dopo un trionfale tour italiano, Patti Smith annunciò a sorpresa il suo ritiro dalle scene, e sposò Fred ‘Sonic’ Smith, chitarrista degli MC5, dal quale ebbe 2 figli: Jackson nel 1981 e Jessica nel 1987.

Nel 1988 pubblicò un disco gradevole ma sospeso a mezz’aria, Dream of Life, a cui seguirono altri anni di silenzio. Nel 2006 entra a far parte della Rock and Roll Hall of Fame.

Negli anni Novanta il paesaggio cambia drasticamente. Patti perde il fidato pianista Richard Sohl e Robert Mapplethorpe, compagno della bohème giovanile, il fratello Tod e soprattutto il marito Fred, morto per un attacco di cuore. Torna allora a fare musica e completa l’album che con Fred Smith da tempo progettava. Lo chiude nel 1996, con il nome di Gone Again.

Negli anni successivi continua con una produzione regolare e frequenti incursioni sui palcoscenici di tutto il mondo.

Le sue canzoni continuano a mirare ai dolori e alle follie del mondo: l’invasione cinese del Tibet, la morte di Ginsberg e Burroughs, il Vietnam, Madre Teresa e il mito di Ho Chi Minh, a cui Patti dedica il suo album del 2000, Gung Ho.

Il disco inedito più recente è Trampin’ (2004), con una piccola apparizione della figlia Jessica.

Per approfondire:
la conferenza stampa di presentazione di Dream of Life

il trailer del film

Giovedì 16 aprile ’09 – PATTI SMITH – DREAM OF LIFE  – un film documentario di Steven Sebring – Teatrofficina Refugio, Scali del Refugio, 8 Livorno – Ore 22 – Posto unico 3 euro

Cineofficina presenta

ottobre 30, 2008

 

 

 

Domenica prossima per il ciclo “Cineofficina – 99 film da vedere prima di morire” il Teatro Refugio presenta “Senza Tetto nè Legge” film di Agnès Varda del 1985.

 

 

Agnès Varda, regista di grande respiro, immeritatamente poco conosciuta in Italia, nasce artisticamente a metà degli anni ‘50 e diventerà una dei protagonisti della Nouvelle Vague francese, insieme a Godard, a Trouffaut, a Resnais. Girerà quattordici lungometraggi e altrettanti corti e documentari che purtroppo non troveranno una buona distribuzione nel nostro paese.

 

La sua poetica sarà sempre orientata a ridefinire i confini labili tra fiction e documentario: e nell’intricato reticolo di rimandi, legami, slittamenti e relazioni che collegano questi due generi cinematografici – classicamente tenuti distinti -, nasceranno alcuni indimenticabili ritratti di donna, tra cui la protagonista di questo film, Simone, detta Mona, la cui forza ne fa una delle figure chiave degli anni ‘80, non a caso premiata con il Leone d’oro al festival di Venezia dell’85, Premio Mèlies e Cèsar per la migliore interpretazione femminile a Sandrine Bonnaire, straordinaria attrice.
Il film è in versione originale, sottotitolata in italiano.
Domenica 2 novembre  – Teatrofficina Refugio – Scali del Refugio, 8 Livorno

 

Ore 22 – Ingresso 3 euro

Pasqua al Cineofficina Refugio: 24 hour party people

Domenica 23 marzo (la sera di Pasqua) il Cineofficina Refugio è lieto di proiettare un film di M. Winterbottom: 24 Hour Party People, un film che racconta gli ultimi anni del periodo tatcheriano, in una Manchester testimone di una trasformazione musicale straordinaria, dovuta ai gruppi emersi dai suoi club e cantine. Protagonista del film, a metà strada tra il documentario e la commedia, è Tony Wilson, presentatore televisivo e proprietario di un’etichetta discografica di tendenza, la Factory. Manchester dal 1976 al 1992, più di 15 anni dagli “albori punk alla morte dell’acid culture“: così recita il sottotitolo del film, nato a posteriori a inizio 2000.
Mescolando per scelta biografia e leggende metropolitane, humor e sarcasmo, con ritmo frenetico si mescolano pubblico e privato nella vicenda dell’Haçienda e della Factory, dei gruppi che vi ruotano (Joy Division in primis e il suicidio di Curtis, gli Happy Mondays e il lisergico Shawn Ryder, i Durutti Column), dai cambiamenti dell’era post-punk fino alla Manchester degli anni d’oro, ed oltre, giù giù verso l’inevitabile declino.
24 Hour Party People ha il merito di riuscire a cogliere lo spirito dell’epoca, tra anarchia e creatività, arte e mestiere, un godibile documento quindi di quell’irripetibile periodo, in cui il melting pot tra rock e club culture era ormai una realtà.
Un film da non perdere.

23 Marzo – ore 21,30 – Cineofficina Refugio, Scali del Refugio,8 – Livorno – Ingresso 3 euro – Versione originale, sottotitolata in italiano.

Per approfondire:

24 hour party people
Tony Wilson
Michael Winterbottom .- filmografia